Logbook 36 – Lost generation

Siete proprio una generazione perduta, dice il garagista parigino di Gertrude Stein al suo meccanico che doveva aver combinato qualche guaio. Siamo nel 1922, esattamente un secolo fa, con un testimone di fiducia che si chiama Hemingway mentre la guerra è ancora lì per tutti, non solo per lui e per il giovane meccanico francese.

Lost generation cioè quelli nati fra il 1883 e il 1900, le date sono precise e non ci si sbaglia. Sono giovani che hanno fatto una guerra totalmente nuova e totalmente vecchia al tempo stesso. I sommergibili per la prima volta in flotta nella guerra sul mare, arrivano gli aerei e i carri armati – che oggi fanno sorridere per la loro tecnologia – ma i fanti si battono nelle trincee come accadeva cento anni prima a grappa, coltello e artiglieria. Quei giovani più o meno perduti diventano cardine di due epoche, armi alla mano. Generazione perduta perché parte per il fronte con un mondo e torna con un mondo nuovo. Partono che c’è un impero russo, un impero ottomano e lontano dietro la grande muraglia il pianeta Cina che controlla l’Oriente. L’Impero è quello britannico mentre l’Italia tenta di convincersi di essere uno stato anche se con scarsi risultati. Il Papa non più Re è rinchiuso nel suo microstato nel cuore di quella che sarebbe la sua gigantesca parrocchia. Un altro mondo aspettava quella generazione perduta quando tornò a casa. Tutto era cambiato. La Russia si era ormai avviata a essere comunista, la Turchia si era sfasciata sotto i colpi dei beduini del colonnello Lawrence, gli Stati Uniti intervenuti nel conflitto erano ormai divenuti la prima potenza mondiale mentre l’Impero per eccellenza aveva cominciato a tramontare senza che Londra se ne rendesse conto.

Fa pensare tutto questo, oggi che le truppe russe invadono l’Ucraina per riportarla ai confini di un secolo fa. Oggi che Erdogan sogna – e non solo sogna – di ritrovare i confini lasciati, sempre un secolo fa, dall’impero turco e che la Cina è ancora lì che fa finta di starne fuori mentre gli Usa cercano di essere nuovamente rilegittimati nel loro ruolo guida sempre più traballante dell’Occidente. Dell’Europa, cattivo esempio di coraggio e di rigore da sempre, meglio non dire perché la conosciamo e la Monaco del 1938 ha insegnato pochissimo. Con i dittatori non si tratta, vecchissima lezione, così come non ci si siede al tavolo da gioco con i bari. Si combatte per il gas dopo che per più di un secolo si è combattuto per il petrolio quindi alla luce – è proprio il caso di dirlo – dei fatti cambia ben poco. Come sempre.

Mi rendo conto ancora una volta, i colloqui con i propri genitori si avvertono necessari quando ormai è tardi. Mi piacerebbe infatti sapere cosa direbbe mio padre oggi, leggendo il giornale. Era nato nel 1896, quindi un bilancio complessivo di nove anni di guerra e tre di prigionia con varie medaglie al valore di cui una d’argento il giorno di Caporetto. Poi, dopo tutto questo cinema, una volta levatasi l’uniforme dopo quarant’anni di quella vita, decise di sposarsi. Non so se si sentisse perduto come generazione ma certamente oggi, conoscendolo, si sentirebbe piuttosto incazzato.

Fotogramma dal film 1917 (2019)

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