Logbook 94 – Un sacco tutto

Rivedere Un sacco bello, il primo film di Carlo Verdone diventato subito leggenda, è un sottile raffinato piacere, in particolare per chi conosce Roma e quella Roma lì. Il film ha alle spalle un produttore che si chiamava Sergio Leone e scusate se è poco. A proposito di Leone e di che pasta era fatto, c’è un momento in cui Verdone, quando parla del film sembra commuoversi, ed è quando racconta che la notte prima del primo ciak del suo primo film, mezzanotte e mezza, non riesce a prendere sonno. Suona il citofono – la casa è quella in alto davanti a Ponte Sisto – e la madre va a rispondere. È Sergio Leone, il mito del cinema, che al telefono dice al giovane esordiente viè -giù -famose-du-passi e gli racconta che la notte prima dell’inizio di un film è difficile che un regista dorma. Non ci riesco neppure io, aggiunge, e fanno un giro a piedi passando da Trastevere.

Grande scuola quella di Leone e probabilmente i grandi film fatti da regista di Clint Eastwood, con quel taglio e quella cultura europea che traspare devono molto alla scuola di regia che indirettamente Leone ha fornito al grande attore americano, peraltro lanciato da lui. Era il vecchio cinema che doveva gestire un circo fra attori, operatori, comparse, fancazzisti, produttori e quei registi erano belve. Un altro episodio emblematico del personaggio è sempre Carlo Verdone a raccontarlo. Leo, il ragazzo imbranato con la maglietta rossa, deve sembrare trafelato quando entra in scena. Leone gli suggerisce di fare un giro del palazzo di corsa e arrivare. Verdone tenta il pacco e si nasconde giù nell’atrio poi risale per beccarsi un manrovescio da Leone. T’ho controllato dalla finestra, gli dice, e non sei uscito dal portone. 

Difficile farli fessi quei cinematografari che erano cresciuti con le cineprese senza sonoro dell’immediato dopoguerra con le loro giornate passate nei cinema di terza visione su scassate poltroncine di legno e cinema, cinema, cinema. Anche Verdone è stato protagonista degli incontri televisivi sammarinesi, grazie all’intervento di Paolo Alberti che con lui aveva realizzato uno spettacolo in teatro. 

Sul divano di casa sua, Carlo ha parlato a lungo della sua esperienza, dei suoi film, di successi e di crisi. Racconta la sua scena preferita, in Gallo Cedrone, in cui un improbabile agente immobiliare che richiama nei lineamenti il vecchio amico Venditti decanta le bellezze di una casa cadente a una stonata possibile cliente, tutta in un piano sequenza che sembra impossibile.

Racconta anche del disagio quando gli chiedono un selfie, cosa che proprio non riesce a digerire. Così quando finisce l’intervista mi si avvicinano i due operatori – fra l’altro veramente in gamba – e mi guardano. Io capisco, loro dicono glielo-chiede-lei. Io rispondo ma-ha-appena-detto -che-odia-i-selfie poi mi avvicino a Carlo e glielo chiedo, vergognandomi come un cane. Lui si fa una risata e i selfie vengono e anche bene.

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