Il biglietto deve essere fra il 1995 e il 1997, vista la carta intestata della Rai di Aosta. Il mio vecchio maledetto vizio di non datare le lettere é una costante impossibile da correggere ma comunque senza dubbio il periodo é quello, insieme alla pessima calligrafia così diversa dalla sua perfetta corsiva. Il biglietto originale me lo aveva mostrato qualche tempo fa Andreina che lo aveva ritrovato nel ricchissimo fondo archivistico di Andrea, miniera di memoria, letteratura e genio personale a due passi da casa.
Il biglietto lo avevo fotografato quel giorno. Ieri, cercando la foto della maledetta licenza di navigazione che ero convinto di avere da qualche parte nel cellulare e che devo mandare agli amici di Albatros per le solite insopportabili pratiche burocratiche, mi risalta fuori questo cartoncino e la cosa un po’ mi commuove. Era tanto tempo fa – quasi trent’anni – e il commissario non era ancora il commissario. Il successo sarebbe arrivato poco dopo perché esplose, mi pare, nel 1998 con quella concessione del telefono che rapidamente divenne un fenomeno letterario e si trascinò appresso tutti i suoi libri.
In realtà i primi Montalbano avevano avuto comunque un certo successo, sia pure in una cerchia di pubblico ristretta se non proprio di nicchia. Elvira Sellerio era comunque soddisfatta anche se neppure lei poteva immaginare cosa sarebbe accaduto solo pochi anni dopo. Noi due, lei e molto più modestamente il sottoscritto, eravamo quelli che non perdevano mai l’occasione di rompergli i sappiamo cosa su quel commissario che lui un po’ pativa e che per noi doveva continuare a esistere. Pochi anni dopo dunque e furono dieci suoi titoli tutti diversi, i primi dieci nella classifica di vendite, un fenomeno editorialmente assurdo, dovuto al passaparola dei lettori – le terze pagine non lo amavano a quei tempi, peraltro cordialmente ricambiate – fino al geniale senonvipiaceviridoisoldiio di Maurizio al Parioli. E partì il tornado.
Ai tempi di quel biglietto, Montalbano era il figlio che certamente amava ma che snobbava in fondo forse un po’. Sarà che gli veniva troppo facile scriverli – pensa te – o che sentiva il richiamo del grande romanzo storico con cui confrontarsi. Sia come sia, ricordo di quei tempi la sua preoccupazione e e il suo affetto per quel giovane amico che entrava nell’azienda da cui lui era uscito – e che conosceva bene – partendo per terre assai lontane, diametralmente opposte a Vigàta e a due passi dal Paradiso.
La vita per lui era qualcosa che serviva per scrivere e scrivere serviva per vivere così il nodo lui lo chiudeva perfettamente. Non credo che questi tempi in cui ci troviamo oggi, siano però tempi in cui avrebbe voluto vivere. Se ne é andato prima e forse é giusto così, se di giustizia si può parlare in questi casi. “Il conto torna” mi disse e ci disse, senza vedere la telecamera, l’ultima volta che ci parlammo. Non molto dopo ci rivedemmo al Cimitero degli Inglesi, in tanti e in una giornata triste ma serena. Il conto forse torna sempre e così, ancora una volta, avrebbe ragione lui.

