Piove anzi in certi momenti diluvia. Roma è al solito piena di turisti che mangiano, fotografano e si fotografano, urlano e non vedono. Cammino sotto l’acqua – al solito senza ombrello – e mi fermo per ritrovare rifugio dalla pioggia e dalla gente a Santa Maria Maggiore. La chiesona è impegnativa ma le sono affezionato e poi la radio è a due passi. In questi mesi in cui mi sono occupato parecchio della primavera romana del 1944, Santa Maria Maggiore, inoltre, la ho incontrata spesso. Era qui di casa don Pietro Pappagallo che ebbe la forza – l’unico fra tutti – di spezzare i lacci dei polsi per benedire gli uomini che venivano macellati nella Fossa Carnaia Ardeatina, come la chiamò Corrado Govoni che ci perse un figlio. Storie romane in cui ci si inciampa continuamente. La casa di Don Pappagallo è comunque lì a due passi dall’abside. Una lapide ricorda che fu rifugio per molti fino a che i delatori non li vendettero ai nazisti per qualche migliaio di lire.
Entro. Il colpo d’occhio è lo stesso da quando ci entravo ragazzo. C’è gente, parecchia, ma gli spazi sono enormi. Mi dirigo verso un vecchissimo amico – maestro di discrezione e credo di humour – che da sempre vado a salutare nel piccolo locale. una ex cappella oggi adibita alla vendita di ricordi dove un gentilissimo personale aiuta i turisti a memorizzare meglio ciò che vedono. Il posto è piccolo ma luminoso. Totalmente ignorato, lui è al solito lì che finge di scrivere ma in realtà guarda con attenzione quel mondo che gli scorre vicino. Il bue che lo accompagna da sempre è ancora più discreto di lui e ci si aspetta quasi che stia per alzarsi annoiato e andare a fare un salto in stalla o in piazza.
I turisti non alzano neppure gli occhi per vedere il bue e il suo compagni. Ai suoi colleghi sono toccati simboli altri e forse più epici come leoni, aquile e angeli ma a lui il suo bue sta benissimo. Il commercio di magneti, cartoline, oggetti sacri e tutto quello che Roma commercia da duemila anni scorre sotto di lui che guarda tutto con gli occhi socchiusi e una smorfia ormai molto romana. Lo guardo a lungo, come sempre, anche se la gente sembra chiedersi cosa diavolo sto guardando. Sto guardando in realtà Piero della Francesca e il suo San Luca, dipinto lì in alto, perchè Roma è così, è anche così. Alzi gli occhi e il Luca di Piero sembra farti segno di non dire nulla, di fare finta di nulla. Fai finta che non ci sono, ti dice a suo modo, e non ti resta che obbedire. La discrezione non è esattamente di questi tempi sbragati. Forse anche questa è una lezione che Piero e il suo Evangelista sembrerebbero ricordare a tutti.

