L’amore è argomento poetico per suo natura. Di buone e cattive poesie ce ne sono a miliardi. Ne abbiamo parlato tante volte – in tv e non solo – con Davide Rondoni, in tempi in cui la poesia andava follemente nel palinsesto in prima serata. La poesia più d’amore che conosco – la ricorda Rushdie nel suo Knife – però è particolare e non stupisce che l’autore sia uno dei più profondi conoscitori dell’animo e della vita umana.
Sonetto 130, dunque e l’attacco è già forte. Gli occhi della mia donna non sono come il sole, il corallo è molto più rosso delle sue labbra. Una donna comune, già anziana o ormai prossima a esserlo, che “non incede come una dea ma cammina con i piedi ben saldi per terra”. Un uomo guarda la sua compagna e vede il tempo comune e la strada percorsa insieme. Sorriderebbe guardando le tristi opere inutili che vorrebbero contendere la propria immagine al tempo. Il bello è nell’occhio di chi guarda, insegna da qualche parte la Bibbia, e l’amore in fondo non è diverso.
Shakespeare è tutto qui in questa scommessa che va contro quello spietato dittatore che è la vista. La chiusa è definitiva. Eppure – lui scrive – santo cielo, io penso che la mia amata sia rara, quanto ogni donna tradita da falsi confronti.
My mistress’ eyes are nothing like the sun;
Coral is far more red, than her lips red:
If snow be white, why then her breasts are dun;
If hairs be wires, black wires grow on her head.
I have seen roses damask’d, red and white,
But no such roses see I in her cheeks;
And in some perfumes is there more delight
Than in the breath that from my mistress reeks.
I love to hear her speak, yet well I know
That music hath a far more pleasing sound:
I grant I never saw a goddess go,—
My mistress, when she walks, treads on the ground:And yet by heaven, I think my love as rare,As any she belied with false compare.
