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Logbook 397 – Cun j oc dé cor

Era un avvocato romagnolo che la Romagna la aveva nel DNA. Lo ho intuito più che conosciuto – troppo tardi – ma intuirlo e riconoscerne le caratteristiche in fondo era facile. Profondo conoscitore della sua gente e della sua terra – entrambi amati – era uomo di cultura e di pensiero della vecchia scuola, quella per la quale l’importante era ciò che si fa ma anche come lo si fa. Avvocato con un senso del diritto innato, era figlio di quelle generazioni di avvocati che intimidivano i giovani giudici per la conoscenza del diritto e per il rigore della scelta professionale.


Ha cresciuto a Cesena generazioni di avvocati che in lui vedevano un riferimento e probabilmente se avesse scelto quella strada anche suo figlio sarebbe stato un ottimo avvocato. Purtroppo per lui lo scellerato preferì a suo tempo scegliere un paramestiere notoriamente squalificato e squalificante come il giornalismo in genere e quello sportivo in particolare ma il padre non ne fece  un dramma.Il vecchio avvocato ha dunque avuto una vita piena e una lunga spietata agonia, conclusasi pochi giorni fa. È liberazione per lui questa partenza verso luoghi che – esistano o non esistano – si spera portino pace e serenità, sicuramente desiderate e meritate. Resta il ricordo, restano i ricordi, molti. Perchè poi questo siamo, ciò che restiamo negli altri e non altro. Aveva amato, come tutta la gente di Romagna, la vita e il suo sapore pieno, forte come il sole che picchia l’estate da quelle parti. Se ne è andato in punta di piedi, direbbe Nevio Spadoni, e alla fine, in fondo, è tutto qui.

Che pu u s’rid e u s’pena
tot cvènt a ‘na manira
e chi pr’un vérs o pr un êtr a s’n’anden
a ca de’ càpar dret coma di fuš
e un cvël sól l’armânza:
l’ësar pasé in ste mond in ponta d’pi
gvardend cun j oc de’ côr.

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