Di Claudia Cardinale ne abbiamo già parlato qui e il ricordo resta e in parte anche di Robert Redford (e fa piacere sapere che Jeremiah Johnson, sopravvissuto anche al solito titolo cretino italiano, sia considerato il più bel film di montagna).
Quel che colpisce però è come le immagini finiscano per accompagnare la nostra vita da qualche decennio. Forse fra i primi a sperimentare questa novità, a ben vedere, è stato papa Woytila che ricordiamo e ritroviamo giovane papa neppure sessantenne via via fino a vederlo vecchio e malato.
Dalla fine degli Anni 70, insomma, le immagini hanno cominciato a correre e a inflazionarsi, rimuovendo il Volto Unico – se si può definire così – cui ci aveva abituato la Storia. Shakespeare per noi ha una unica faccia così come Garibaldi – poncho e barba – che pure sarà stato giovane o anche Giuseppe Verdi, immortalato in sciarpa e cilindro, ormai vecchi entrambi, giovani mai per noi. Vero è che oggi l’intelligenza artificiale può forse farci intravedere come erano, ma resta quel gigantesco forse a rendere tutto più relativo.
Insomma i ritratti sono roba molto seria, più che mai quando è la foto e non il pennello a raccontarli. Ho un amico fotografo ritrattista (ottimo avvocato per comodità e necessità) che riesce a cogliere da quando lo conosco nei ritratti qualcosa che racconta una storia che interessi tutti e che poi è l’unico vero fine della fotografia, anche se i selfiedipendenti ancora non lo hanno capito. Una foto è bella e un’altra no. Il perchè è negli occhi del fotografo, nella sua cultura, nella sua empatia con ciò che fotografa. Mica facile.
