Si torna a leggere i giornali insieme da lunedì e si torna a farlo dall’ultimo piano del grattacielo napoletano che incrocia Golfo e Vesuvio. Fa piacere ritrovare una città che amo molto, in cui è bello perdersi e dove ogni angolo è storia di città e di persone.
Ci saranno i giornali e francamente leggerli di questi tempi non è cosa molto gradevole. Ormai l’inquinamento della propaganda – di ogni propaganda – ha toccato vertici inimmaginabili e ci si sente presi in mezzo da un vortice di sabbia che ti spinge comunque a bere con un certo fatalismo dove i pozzi sono palesemente avvelenati.
Tis the time’s plague when madmen lead the blind. Tornano in qualche modo in soccorso, in tempi sconvolti e tragici, i classici. Re Lear, Cymbelin (magnifico il fear no more e quel che segue), Tito Andronico e soprattutto il Dramma Scozzese che dovrebbe essere letto dalle parti di Mosca, dove pare si corteggi il mito di Faust e dell’eterna giovinezza. Chissà poi se è la paura del dopo o l’angoscia di lasciare quel che si ha, a condizionare la voglia di immortalità di un personaggio come Putin. Un uomo con quello sguardo francamente non aiuta a capire.
Dai classici e dalle relative tragedie, il passo dei giornali inciampa e rotola verso le puttanate di casa nostra, roba da bassissima quota. Manca grandezza, manca respiro, manca cultura (chiamiamole le cose per come si chiamano) e tutto è rumore, tifoserie più o meno palesemente al soldo, superficialità, autoreferenzialità, odio isterico e sentimentalismi spietati. Poca roba che rotola sempre più verso il basso mentre cerca di rivendersi e rilanciarsi in un gioco impossibile a chi guarda senza interessi o fazioni.
E dunque ancora i classici quando ti ricordano che “vita non è che un’ombra errante, un povero attore che si pavoneggia e si arrabatta per un’ora sulla scena per poi non essere udito mai più; è una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, signifying nothing”, Che non significa nulla.
