De profundis clamavi at te, Domine.

La chiesa non la conoscevo. Piccola e raccolta con un grande affresco, la pesca miracolosa del Vangelo di Luca e il lago di Genesaret sul muro di un azzurro che scivola verso il celeste del cielo.  Le figure disegnate nell’abside sono moderne come la chiesa ma sono belle.  L’insieme ricorda un po’ le piccole chiesette di montagna, all’ombra del Bianco e del Rosa, che ho imparato a conoscere e a amare. Piccoli luoghi che danno raccoglimento e forse pace.

Mi guardo intorno. La chiesa è già affollata in attesa che arrivi il corteo funebre. Scompare il padre di una cara amica, dopo una lunga difficile malattia. Molta gente aspetta pregando, seduta sui banchi. Arrivano alla spicciolata diversi sacerdoti che si affrettano in sagrestia. Parlano fra loro di una persona che sentivano vicina e la presenza in tanti a celebrare è un segno.

Entra la bara di legno chiarissimo in chiesa. La figlia con le figlie la seguono, sul volto il segno del dolore e dei giorni trascorsi. Comincia il rito e le parole che può leggere una figlia sono parole che parlano di padri, mestiere difficile perché essere genitori in fondo è l’arte dell’inadeguatezza, ma soprattutto di riconoscenza e della improvvisa violenta nostalgia che provoca nell’immediato una improvvisa assenza.

Fare il padre non è facile, soprattutto in tempi recenti in cui gli schemi sono saltati. Una volta la figura maschile era sicurezza mentre quella femminile era accoglienza mentre oggi, bene o male che sia, si confondono e si intrecciano. Penso a mio padre, nato due secoli fa e una vita passata fra guerre e prigionìe, alla sua scelta di mettere su famiglia solo quando il Secolo breve almeno in Europa aveva finito di divorare se stesso.

Una figlia parla di un padre, leggendo passi del più grande libro dedicato a un Padre che sia mai stato scritto. La sua voce arriva solida anche se traspare lo sforzo di non dare strada alle lagrime. Parla dopo di lei un sacerdote, ricordando un amico e questo è bello perché troppo spesso capita di sentire funerali in cui chi celebra non sa nulla di chi sta salutando. Non mi è mai sembrato giusto, questo. Meglio il silenzio, allora, che è pur sempre la massima forma di rispetto.

Guardo l’ora. Al solito è tardi. Devo scappare a prendere Luigi che è nel suo Centro a Santarcangelo e, mentre la cerimonia prosegue, mi affretto alla macchina. A volte, da questi momenti e da questi luoghi, si può uscire portandosi dentro qualcosa che non è serenità ma piuttosto un sentire il senso di una vita compiuta, del vedere persone che insieme piangono. Il latino Complorare, peraltro, è parola molto più alta della sua ambigua traduzione italiana. Chi ha il dono della fede crede in un dopo, chi non lo ha crede nella memoria. In entrambi i casi, la morte è sconfitta.

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