Lassù, in alto, sotto le fondamenta di Santa Maria a Mare, potrebbe esserci il luogo dove venne arso il cadavere di Diomede, nome non irrilevante in questa estate omerica. Le Tremiti sono ricordate dai marinai come Diomedee per questa antica tradizione che passa i secoli e i millenni.
Diomede è un grande re e un grande guerriero. Su questo non ci piove. Omero lo stima e lo racconta con piacere evidente. Diomede combatte contro gli dei e ne ferisce due, si accompagna a Odìsseo in spietate avventure di guerra troiana e forse ha il ritorno più duro di tutti.
Venere che da lui è stata ferita mentre cerca di salvare suo figlio Enea, fa in modo infatti che al suo ritorno nessuno a Argo, la città di cui è re, si ricordi di lui.
Siamo memoria e poco più quindi la maledizione è feroce ma, dopo una certa comprensibile incazzatura iniziale, Diomede affronta da eroe la vicenda. Manda quindi tutti – Venere compresa – a quel paese, si imbarca di nuovo, prora verso l’Adriatico. Girerà questo mare per il lungo e il largo, fondando città e insegnando agli abitanti a navigare e a allevare cavalli.
Diventa il mito dell’Adriatico e chi se ne frega di Argo perché Diomede la memoria del suo esserci stato su questo pianeta la trova fra queste acque. Di notte il pianto delle diomedee, i suoi compagni trasformati in albatri dalla Dea, lo onora e lo ricorda. Se poi sei in rada, il loro pianto è una compagnia infinitamente migliore dell’ossessivo eterno tum-tum-tumtum dei bar e delle discoteche sulla costa continentale. Infinitamente migliore e non necessariamente più lugubre.
