Le amiche e gli amici che partecipano a queste pagine appartengono a realtà territorialmente diverse e raccontare quindi la scomparsa di una persona a chi non lo ha conosciuto, oltre che a quelli che hanno avuto la fortuna di incontrarlo, è comunque condivisione e passione comune.
Matteo Fiorini era una forza sorridente nel suo vivere, nel suo fare politica, nel rapporto con gli altri, in quell’affrontare le burrasche tremende che la vita gli aveva posto davanti, sconfiggendole per lunghi anni. Non si è mai arreso infatti a una malattia che avrebbe dovuto abbatterlo già molti anni fa, con i medici spesso stupiti dalla sua resistenza e dalla sua voglia di vivere.
Fu uno dei miei primi incontri sul Titano – era il 2012 – e sicuramente dei più fortunati. A quel tempo Matteo era Segretario di Stato alle Comunicazioni e quindi il naturale interlocutore politico per chi dirigeva la Radiotelevisione di Stato. Fu un interlocutore straordinario in quel primo anno difficilissimo in cui il contributo italiano alla RTV era stato sospeso.
Andammo insieme a Roma per batterci duramente e alla fine il finanziamento venne ripristinato. Fu una esperienza difficilissima ma che cementò una amicizia. Matteo sapeva battersi in tutto quello che faceva e se parlava in Consiglio Grande Generale parlava senza vincoli e laccioli, sia pure senza quella aggressività che gli era appunto estranea e poco consona, per non dire sgradita.
Aveva innato il rispetto della politica, della sua Patria e della sua gente. Autorevole ma mai aggressivo, ragionevole ma deciso nelle questioni di fondo, attento e curioso, la sua lezione politica come metodo che va oltre la misera gestione di pacchetti di voti, oltre il potere fine a sè stesso, arrogante con i deboli e in ginocchio con i più forti, è qualcosa che resta per chi ha saputo e sa coglierla.
La politica per Matteo era un dovere sociale non il bisogno di dimostrare qualcosa. Era un disegno alto per un Piccolo Stato che sapesse uscire dalla morsa del vicino che lo ha circondato come un mare per tanto tempo, costruendo una sorta di mentalità isolana che si è formata nel corso dei secoli. Matteo non aveva paura di confrontarsi anche duramente con quel mare, rivendicando per i sammarinesi la loro identità e rifiutando qualsiasi tentativo di colonizzazione più o meno sommersa. Non aveva paura insomma, da uomo di governo, della politica dei tacchini, di quella di certi clientelismi elettorali, di tutto ciò che mozzava le ali a una terra con una storia plurimillenaria che invece doveva volare alto.
Matteo Fiorini in ogni caso resterà perché resta la memoria. Una immagine personale fra le tante e per tutte è quella bolognese alla Osteria delle Dame di Guccini aperta da poco – era il 2017 -e poco dopo richiusa. Da Capitano Reggente con Enrico Carattoni, ci teneva a conoscere quel luogo. Così organizzammo la loro visita, visto che ci andavamo per un reportage tv.
Entrammo in quella specie di piccola grotta e tutti e due videro a un certo punto due chitarre abbandonate, le presero e cominciarono a suonare, creando fra l’altro un momento di panico al rigidissimo capo del cerimoniale sammarinese. Eravamo soli quindi lo scandalo rimase circoscritto ma ricordo bene l’espressione felice di Matteo che girava per quella sala e per quei pochi momenti di accordi.
Guccini, certo, per Matteo Fiorini ma anche Gaber. Da qualche parte nell’archivio di RTV ci dovrebbero essere ancora le sue parole su Gaber e su quello che da Gaber aveva imparato. Siamo solo memoria ma è la memoria che ha sempre sconfitto la morte. Riposa in pace, Matteo. Noi ci siamo e restiamo per fare memoria, per quanto possiamo.
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