Logbook 111 – Mo’ però m’hai rotto i coglioni

Le immagini del manifestante e del motociclista sul grande raccordo anulare di Roma possono raccontare tante storie. La prima storia a venire in mente è il doppio Verdone di Un sacco bello e di In viaggio con papà ovvero Ruggero – con Mario Brega indimenticabile padre – ma anche Cristiano con un altro altrettanto indimenticabile padre come Sordi.

Due hippy teneri e fuori dal tempo e dalla realtà (magari sfruttati da astuti e sedicenti guru), bisognosi più che altro di una bandiera e di una attenzione. Cinema certo ma è un cinema che racconta la realtà e a volte, come spesso accade a Carlo Verdone, la prefigura.

Così chi si ritrovava sul grande raccordo anulare bloccato da quattro buoni ragazzi un po’ isterici che pensavano di risolvere i problemi del pianeta con un blocco stradale, per di più in una città forse eterna ma oggettivamente marginale a livello globale – con altrettanto eterne difficoltà pure a gestire, tanto per dire, la mondezza che produce – ha vissuto una esperienza diciamo notevole. Non é poi andata neppure tanto male – conoscendo un po’ Roma e i romani perché, se la cosa fosse successa mentre stavano tornando a casa o a vedere la Roma o la Lazio invece che andare al lavoro, non sarebbe stato del tutto escluso – vista quella che sembra essere la attuale maturità generale dei Quiriti – un notevole quanto inutile bagno di sangue innocente.

In realtà é il motociclista quello dei due che personalmente mi ha di più affascinato, guardandolo nelle riprese sul web che sono diventate virali. Ragiona, discute, dialoga per diversi minuti e poi alla fine con uno dei più classici strumenti romani di dissuasione, chiude la vicenda dicendo appunto “mo’ però m’hai rotto i coglioni”, dando gas alla moto, sempre però con attenzione a non fare male, e proseguendo finalmente per la sua strada.

In fondo è anche quello che sta succedendo all’interno del governo italiano dove ogni giorno qualcuno della coalizione condominiale alza allo stesso modo problemi fuori luogo e fuori tempo con Draghi che ascolta, discute, ragiona e che comunque, se non viene convinto (e non è facile convincerlo) va avanti per la sua strada, magari senza adottare quella espressione che da buon romano senz’altro ben conosce ma che – da altrettanto buon allievo del Liceo Massimo – non usa in pubblico e molto probabilmente neppure in privato.

Il problema è tutto lì, cioè quando arriva il momento in cui è evidente che il dialogo non è evidentemente possibile, a livello nazionale o internazionale che sia. Allora l’unica cosa è tenere saldamente la barra in rotta, whatever It takes appunto, che poi questa potrebbe essere al limite persino una buona perifrasi da offrire in alternativa alla espressione più classica e diffusa utilizzata dal motociclista del raccordo anulare che comunque ci farebbe un immenso piacere conoscere.

Logbook 110 – Raffaella

Era una donna straordinaria. Sarà banale ma è l’unica definizione che mi viene in mente per lei. Ci conoscevamo di vista ma diventammo amici, quando a Rai1 riuscimmo – ancora non so come ma praticamente tutto il merito fu suo – a vincere una scommessa quasi impossibile. 

Quando arrivai al Segretariato Sociale, nel 2000, in Rai tutto ciò che era comunicazione sociale veniva per lo più considerato una marginale e comunque innocua anche se molesta seccatura. La Sede di Confronto con i rappresentanti del Terzo Settore, che doveva partire da una vita per contratto di servizio con il Governo italiano, non partiva mai ma riuscimmo in meno di un anno, in qualche modo, a insediarla 

Cominciammo insomma un lavoro durissimo – con la benedizione di Luigi Ciotti e di Andrea Caneavaro – con una squadra di cui facevano parte fra gli altri Enzo Cucco, Betta Norzi, Claudia Fascia, Alberto Trionfi, Vera Leotta, Laura Bonardi, Sabrina Manzo, e poi Marilena Andreotti, Armando Buonaiuto e la signora Viviani a Torino. 

Era necessario insomm convincere il servizio pubblico che il sociale non andava nascosto o subito ma rivendicato, come i programmi legati al sociale non dovessero più avere linguaggi e contenuti tristi e pietosi nel senso più deleterio del termine ma vivaci, che portassero ascolto, altrimenti sarebbero stati inutili, che con il terzo settore ci si doveva confrontare e non arroccarsi. Le Paralimpiadi, per esempio, non erano roba sociale, come sembravano pensare quasi tutti, perchè quelli erano atleti a tutti i livelli. Ci vollero tante battaglie però per farlo capire a tutti, redazioni sportive comprese, dove le generazioni più vecchie dei cronisti parlavano di poveri infelici mentre c’era più felicità in uno di quei campioni che in tanti altri di quelli sedicenti normali messi insieme. 

Riuscimmo dunque a far partire la sfida,, un programma di prima serata del sabato su Rai1, grazie a Raffaella. Si chiamava Amore e aveva come obiettivo la promozione delle adozioni a distanza e la sua diffusione. Raffaella conosceva bene il problema, lei che sarebbe stata una madre fantastica, una madre romagnola per capirsi. Ne parlammo e divenne una furia con Sergio Japino che era già convinto di suo e anche lui quando si muove è abbastanza simile a un carro armato.

Il programma andò benissimo. Io non volli mai esserci alla produzione che si faceva nell’Auditiorium del Foro Italico e affidai tutta la nostra competenza alla più giovane della squadra, Benedetta de Mattei, sulle prime terrorizzata ma che rapidamente seppe gestire una situazione complessa al meglio. A distanza ovviamente la rete di sicurezza c’era sempre ma è l’unico modo che conosco quello di provare e di far crescere le persone.  Benedetta svolse tutto al meglio, andò bene il programma – lo show era fatto bene, si raccolsero centoventimila adozioni in sei puntate con ascolti notevoli da sabato sera – e andò alla grandissima Raffaella. Il tutto si concluse anche se la seconda serie – sollecitata da tutte le Ong del settore che avevano collaborato strtrettamente, cosa non così scontata peraltro – non partì ma ce lo aspettavamo. Il programma era troppo avanti e occorreva che la Rai lo metabolizzasse. Per la cronaca andammo poi con Stefano Belardini del Tg1 in Libano a documentare  – o, se si vuole, a controllare – alcuni progetti di adozione che erano stati realizzati con quel programma e erano tutti andati come dovevano.

Ricordo Raffaella a Bruxelles dove andammo insieme per incontrare Franco Frattini, che si spese molto per il programma a livello internazionale, e l’applauso di tutto l’aeroporto a vederla quando arrivammo ai controlli. La sicurezza belga, donne e uomini, non finiva di applaudire con lei che sorrideva commossa perchè voleva bene al suo pubblico e il suo pubblico lo sapeva. Mi raccontava in aereo del suo futuro impossibile di ballerina di danza classica – anni alla sbarra ore e ore ma con il suo fisico, mi spiegava, non era possibile anche se non si arrese facilmente – e di come quel sogno sia stato anche una formazione, una disciplina, che la aveva formata.

Ci rivedemmo a un compleanno di Antonello Venditti, nella sua casa sulla Tiberina e con noi al tavolo c’era Renato Zero, una delle persone cui era più legata. Ci risentimmo  poi per un suo intervento alla conferenza stampa di presentazione a Parigi, la prima volta che Serhat corse per San Marino all’Eurovision. Era in Spagna ma intervenne con una lunga affettuosa telefonata di in bocca al lupo e quando Serhat arrivò in finale – la seconda volta che partecipò, nel 2019 – fu molto contenta e me lo fece sapere con molto affetto. 

Questo poco posso dire di lei – come testimonianza – se non che era una persona che nella vita bisogna saper incontrare e in questo caso che fosse famosa importa relativamente. Lei era soprattutto grande come persona anche se come artista era il top. Ci sono persone così fra noi con un cuore grandissimo e un coraggio da vendere per superare ogni ostacolo. Non tantissime ma ci sono e è un peccato, un vero grandissimo peccato, non saperle vedere, se ci capita – e capita, anche se a volte non ce ne rendiamo conto – di incontrarle.

Logbook 108 – Toni di voce

Lo ho incontrato una sola volta. Era in una delle celle del tribunale a Poggioreale, mentre era in corso il cosiddetto processo a Enzo Tortora e alle centinaia di altri imputati coinvolti in quella assurda e tragica farsa.

Venne solo quella volta per un confronto con Giovanni Pandico che insieme a Giovanni Melluso rappresentava il cardine della accusa. Si trattava dei due soggetti psicologicamente non esattamente solidissimi che gli inquirenti avevano arruolato, in mancanza di meglio, per sostenere accuse assurde contro Enzo Tortora.

Renato Vallanzasca era solo nella sua cella nella grande aula, in attesa che cominciasse l’udienza. Mi avvicinai, mi fece un cenno di saluto come se ci conoscessimo, e cominciammo a parlare. Lui raccontava, analizzava, scherzava con una capacità che ricordo pensai subito sarebbe stata l’ideale se invece di scegliere il crimine avesse scelto la televisione, contesto a volte non del tutto dissimile peraltro e per inciso.

Ne venne fuori un racconto per Frigidaire ma quello che più mi colpì fu il confronto che seguì davanti ai giudici con Giovanni Pandico. Vallanzasca era palesemente annoiato mentre Pandico raccontava storie su storie di carcere.

Vallanzasca guardava altrove paziente e completamente disinteressato da quello che stava ascoltando. Pandico come al solito metteva insieme fantasie, chiacchiere, storielle carcerarie di seconda o di terza mano, attribuendosi sempre un ruolo da protagonista che oggettivamente risultava a tutti poco credibile. Una guapparia insomma di infima qualità.

Dopo direi una ventina di minuti mentre Pandico raccontava episodi che riguardavano Vallanzasca, successe qualcosa che ancora ricordo quasi fosse stata la scena di un film. Lentamente Vallanzasca si girò verso di lui, per la prima volta lo guardo negli occhi e con una voce assolutamente tranquilla gli disse piano  “Pandico, mi stai rompendo i coglioni” e tornò indifferente a guardare altrove.

La scena in pochissimi secondi cambiò completamente. Pandico iniziò a balbettare confusamente. Le parole non arrivavano più chiare mentre il colorito – già non esattamente tale – diventava di cera. In tribunale tutti si erano resi conto che quelle sei parole di Vallanzasca, dette – ed è bene ripeterlo – con molta tranquillità, avevano sconvolto quello che in tutti quei giorni era stato il sicuro mattatore del processo, il beniamino dell’accusa.

Dopo pochi minuti, il presidente del tribunale chiuse quella scena ormai diventata pietosa. Vallanzasca si alzò tranquillo senza neppure guardarlo e si diresse senza fretta, con un passo elastico, verso la sua cella, accompagnato da quattro carabinieri mentre Pandico invece sembrava incapace di alzarsi dalla sua sedia.

Mi capitò a Palermo qualche anno dopo di assistere a una scena in qualche modo simile. Stavamo lavorando al teatro Massimo e durante una pausa ero fermo con un collega siciliano in cima alla grande bellissima scalinata del teatro.

Sotto di noi, due persone di mezza età vestite dignitosamente in giacca e cravatta stavano chiacchierando tranquillamente su un lato del marciapiede. Improvvisamente arrivò a grande velocità una BMW, inchiodando quasi davanti a loro, vicino alla macchina che probabilmente era di uno dei due che parlavano.

Scese un giovane con un’aria aggressiva, vestiti sgargianti, occhiali da sole e relativa abbronzatura, cominciando inveire contro i due rispetto forse al modo in cui avevano parcheggiato e qui la scena diventò surrealista. Infatti i due tizi in giacca e cravatta continuavano a parlare tranquillamente fra loro senza neppure guardarlo mentre lui alzava sempre di più la voce, avvicinandosi con aria minacciosa.

Arrivò a mezzo metro da loro ma per loro era come se non esistesse. Improvvisamente il giovane si fermò, smise di urlare, si guardò intorno, risalì sulla sua auto e scomparve sgommando. Non capivo e il collega siciliano pazientemente mi spiegò la scena tutta siciliana. Se i due soltanto lo avessero guardato, lui era necessariamente un uomo morto. 

Praticamente, quel giorno, i due boss – perché tali erano – avevano fatto la loro buona azione quotidiana, anche se nei confronti di un emerito fesso.

Logbook 107 – Dobar vjetar

Per chi va a vela, la Croazia è ideale, essendo fra i domicili marini preferiti dal vento. C’è sempre vento infatti che muove, che fa navigare e spesso il mare non lo accompagna, rimanendo relativamente tranquillo. Duemila isole, un mare che la Storia ha preservato e forse è tragico pensare per inciso che i più bei luoghi di mare oggi sono restati tali solo perchè consacrati al dolore o al potere. Isole come Pianosa o l’Asinara erano luoghi di orrore e oggi il loro mare e le loro coste – preservate proprio da quelle destinazioni – si sono salvate dallo scempio cementizio e dall’inquinamento che hanno distrutto migliaia di chilometri di coste italiane cioè le più belle e più storiche località di mare del mondo.

La Croazia ha ancora un mare e una politica del turismo (a volte magari eccessivamente ma comprensibilmente protezionista) che funzionano. A ciò si aggiunga che mentre il turismo nautico in Italia è considerato ancora roba da fighetti ricchissimi o squattrinati – quest’ultimo solo apparentemente un ossimoro – e le barche per lo più sono case al mare che escono solo in momenti eccezionali, in Croazia hanno capito che le barche portano soldi e inquinano meno. Insomma la Croazia merita via mare tranne che…

Il “tranne” è dovuto, anche se ormai solo per qualche mese, all’entrata nell’UE. Infatti oggi le procedure di ingresso e di uscita sono piuttosto complesse, se si arriva via mare, e se hai pochi giorni disponibili sono una gran rottura di balle. Navighiamo tutto mercoledì notte e arriviamo all’alba a Pola. Il porto è grande e protetto. Pola ha un vantaggio rispetto a altri porti cioè che te la cavi con un solo ormeggio, se ovviamente non devi fare anche carburante. Sette poliziotti aspettano i documenti di barca e equipaggio che lo skipper porta rigorosamente da solo al piccolo ufficio sulla banchina mentre l’equipaggio resta rigorosamente a bordo, non potendo toccare il suolo croato prima della registrazione. 

Così porti i documenti poi vai a piedi alla Capitaneria dove fai altra pratica e paghi non ricordo più cosa. Ma non è che è finita così perchè c’è anche la tassa di soggiorno e la puoi pagare solo via web. Dal 1 gennaio 2023 finalmente tutto questo cinema dovrebbe finire e è una delle molteplici anche se fra le minori ragioni per cui attendiamo con ansia che finisca questo anno piuttosto complicato. Torni e chiedi se ti fanno lasciare dieci minuti la barca per un caffè – abbiamo navigato tutta la notte, con piovaschi in partenza magari rinfrescanti ma certamente fastidiosi – e ti guardano come e gli avessi chiesto di uscire con la sorella. Al che andiamo a fare carburante che non si sa mai e il gigante barbuto, titolare dell’esercizio, ci concede un quarto d’ora dopo avere fatto il pieno.

Ora occorre considerare che il Mediterraneo ha la più antica moneta di scambio esistente al mondo ancora in corso e la Croazia non fa eccezione. In questo caso, trattasi di bottiglione gelato di birra 7Luppoli La Fiorita – Premiato Birrificio Angelo Poretti che, passando per andare al bar, allunghiamo con un sorriso al tizio che la accetta volentieri, sorridendo anche lui alla vista, e conseguentemente chiamandoti “capitano” che è come la camicia bianca con cravatta a Roma che ti garantisce la qualifica di dottore – anzi di dottò – automaticamente.

Colazione all’ombra del fratello minore del Colosseo che però a differenza del fratello più grande ha mantenuto più pezzi originali, non essendovi forse da quelle parti famiglie romane come i Barberini che lo utilizzavano come cava. E qui il classico è d’obbligo e il classico è Pasquino, “quello che non hanno fatto i Barbari, lo hanno fatto i Barberini” che appunto avevano scambiato il Colosseo per una cava di marmi. Insomma caffè poi si riparte. L’equipaggio – Francesca, Michele, Gabriele – si comporta bene anche se, quando capita di evocare prua e poppa, gli sguardi sono un po’ persi ma ascolta, impara subito e bene. Per inciso si pensa che in barca tutti debbano essere esperti, il che aiuta ma non è detto che sia l’unica ipotesi. L’importante è che si abbia voglia di navigare, di stare insieme quanto basta e di avere uno skipper minimamente decente anche perchè, come dicono i marinai bretoni, pochi possono dare del tu al mare e quei pochi non glielo danno. Quindi mai avere paura di non essere di aiuto su una barca se si ha voglia di navigare e diffidare dei comandanti che si sentono l’ammiraglio Nelson, il quale peraltro i primi giorni di navigazione soffriva come un cane di mal di mare

Gavitelli a Ulinje e la notte si passa in rada. I gavitelli sono una comodità che in Italia ancora risulta difficile da accettare. Prolificano meglio quelli abusivi che comunque finiscono sequestrati. In Croazia invece ci sono e sono legali e controllati. A volte sono fondamentali perchè noi per esempio avevamo un fondo di dodici metri e la catena (da tre a cinque volte la profondità mentre la categoria dei paranoici nautici cui mi onoro di appartenere arriva anche a sei sette volte la profondità). Con quindici metri dunque si dovrebbero dare sessanta metri di catena, dormendo con un occhio solo comunque e quindi il gavitello diventa fondamentale. Per inciso, vale sempre la regola che la cima deve passare sotto la boa di plastica – insomma dove c’è la catena – altrimenti la barca è ancorata alla plastica, cosa non esattamente sicura. Sembra stupido ripeterlo ma fateci caso quanti ci provano, appena arrivati in una baia.

Da lì a Ilovik, in un mare limpido che oscilla perplesso fra azzurro, verde e blu. Al tramonto arrivano prima il giovane esattore per il gavitello che raccoglie anche la spazzatura e subito dopo un cafonazzissimo yacht – diciotto metri a motori – con luci blu subacquee e musica a palla. In compenso dà poca catena all’ancora, il che come si diceva qualifica la vicenda e chiude il discorso, nonostante il fascino perverso che esercita su parte dell’equipaggio. Il silenzio che arriva dalle altre barche, tutte a vela  (o forse un diretto intervento di illuminazione da parte degli Dei del Mare) fa in modo che la cosa non si prolunghi e dunque si può andare a dormire.

Dogana di uscita a Lussinpiccolo e arriviamo con ventone al traverso. Ormeggiamo tranquillamente al posto di polizia ma prima fatichiamo un po’ al molo dei transiti – uno dei pochissimi che non abbia protezioni di qualche natura per le barche e basterebbero sei copertoni usati – e comunque una grossa mano arriva dalla marina venera. Due fly con il leone in campo rosso infatti ci recuperano a terra le cime di ormeggio. Si riparte con un buon mare e un buon vento per arrivare alle tre di notte a Rimini, città dove comunque l’idea di dormire, almeno in estate, è considerata una simpatica eccentrica stranezza.