Logbook 152 – Voldemort, in arte Putin

Parliamo tra amici della situazione e di Putin. L’ultima trovata è quella di far saltare il gasdotto per non pagare le penali, utilizzando i mezzi della Marina. Sommergibile e sommozzatori, niente di più facile mi dice un amico sommergibilista, tenendo anche conto che il Baltico non è profondo e che le basi russe sono già all’interno di quel mare.

Il figlio di un amico ci ascolta attento. Avrà nemmeno dieci anni. Vuole capire e poi traduce “Putin sarebbe una specie di Voldemort”. Noi ci guardiamo perplessi. Il padre, orgoglioso ma anche un po’ in difficoltà, gli risponde che i cattivi non sono tutti cattivi e che i buoni non sono tutti buoni. Insomma cerca di fare il padre illuminato ma il ragazzino ha le idee chiare e quindi Putin, se si comporta come Voldemort, é cattivo, punto. Al che noi che certo su Putin abbiamo idee molto chiare non sappiamo cosa rispondere.

I cattivi ci sono, eccome. Poi come Hitler o come lo stesso Putin possono amare i cani eccetera ma alla fine quello che conta sono i fatti, scremati dalle balle che ci vengono elargite solitamente a pagamento sulla Russia paradiso della democrazia. I cattivi ci sono. Ed é bene che lo sappia uno che potrebbe anche vedere il secolo prossimo con un po’ di fortuna e se appunto i cattivi ci lasciano vivere, atomiche o meno.

“Non esiste il bene e il male. Esiste solo il potere e quelli troppo deboli per usarlo”.

È una citazione, certo, ma secondo voi è una citazione di Putin o di Voldemort? Allora citazione per citazione si va su M. L. King.

“Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi. È l’indifferenza dei buoni”.

Amen e nel caso è un amen per tutti.

Logbook 151 – La grande menzogna?

È forse il più bel giallo che mi sia capitato di leggere da parecchi anni. Solo che il libro di cui parliamo, scritto da Pier Angelo Maurizio, non è un giallo.

Quasi quattrocento morti. Nazisti vittime di un attentato che però non sono nazisti ma soldati altoatesini, trattati dai tedeschi come non tedeschi e forse mandati scientemente al macello, visto che di tedeschi e di nazisti non ne muore nessuno. Un attentato proibito dal CLN perché gli americani erano a Anzio e si dovevano evitare massacri inutili fra la popolazione. Morti civili che non si sa quanti sono e se ci sono, che scompaiono e riappaiono lungo cinquanta anni. Una delle vittime che è un capo partigiano non gappista, ucciso dalla bomba, di cui non si parla mai e non si sa perché sia lì. Un bambino che c’è ma forse non c’è ma la foto dice che c’è e allora è falsa, dice il Tribunale, ma falsa sembra proprio non sia. I vertici del Partito d’Azione con in capo Pilo Albertelli. La solida componente militare e monarchica della Resistenza guidata dal Colonnello Montezemolo, interlocutore principale fino ad allora degli alleati. I socialisti, quelli meno in linea con i gappisti, i comunisti alternativi di Bandiera Rossa, vera e propria spina nel fianco del PCI e radicatissima nei quartieri più poveri. I gappisti in realtà alle Fosse Ardeatine sono solo cinque e sono fra i militanti più critici alla linea del Partito, arrestati peraltro poco prima dell’attentato con delle delazioni. E poi gli ebrei romani rastrellati per strada. Scompaiono tutti nelle Fosse Ardeatine mentre i capi gappisti a Regina Coeli finiscono la notte prima dell’eccidio alle Fosse Ardeatine nell’infermeria del carcere, senza finire nella famigerata lista.

Non è finita. Un direttore di Regina Coeli che curiosamente viene definito da tutti un sincero democratico – uno che fa fuggire Pertini e Saragat dal carcere romano – ma che viene linciato da una folla apparentemente organizzata mentre si reca a testimoniare al Processo Caruso. I testimoni di quell’attentato e di quella lista delle vittime da uccidere barbaramente nelle cave spariscono subito. 

Il questore Caruso e Pietro Koch – il capo della banda Koch – specializzato nella caccia agli azionisti –  con processi e condanne velocissime, Carretta con un linciaggio che sembra avere una precisa regia. E poi una magistratura fascista ma già ex – vista l’aria e i rumori che arrivano da Anzio – che deve riaccreditarsi, servizi segreti ovunque, cambi di casacca rapidi o ancora figure centrali nella vicenda come il commissario Alianello – l’unico italiano presente alle Fosse Ardeatine e uomo di fiducia del colonnello Kappler – che viene promosso alla fine della guerra per poi finire persino prefetto negli anni ’60.

Misteri ce ne sono tantissimi e l’unico che ha avuto il coraggio di proporre una tesi alternativa con quasi quarant’anni di studi documentatissimi è Pier Angelo Maurizio. Pier Angelo è un giornalista che conosce il suo mestiere. Per essersi occupato di questa storia ha subito di tutto e il libro che si trova on line lo ha dovuto stampare a spese sue perché Via Rasella, le Fosse Ardeatine, il linciaggio di Donato Carretta, quel 1944 romano orrendo sotto molti punti di vista, sono tutti temi pericolosissimi da trattare, se vuoi approfondire i tanti interrogativi che ci sono. La polemica una volta si liquidava a sinistra con la formula “provocazioni fasciste” anche se molto spesso non si trattava di provocazioni e men che meno fasciste ma solo di feroci tabù di un anno tragico, quell’orribile anno, da cui forse nacque proprio a Roma – e proprio per quella vicenda, se realmente alle spalle ci fu una regia  – una guerra civile.

Nel 2017 Pier Angelo Maurizio ha pubblicato l’ultima edizione con ulteriori documenti che consolidano la sua tesi così il mistero di Via Rasella continua, anche se ormai non c’è più nessuno dei protagonisti e dei testimoni. Quell’Italia lì purtroppo però c’è ancora. Fino a quando durerà il mistero di Via Rasella? 

Il libro è: Pier Angelo Maurizio,  “Via Rasella. Settant’anni di menzogne”, Maurizio Edizioni 2017. Dagli archivi americani, inglesi e ex sovietici potrebbero venir finalmente fuori quei documenti mai visti e ormai ingialliti, che sicuramente sono ben conservati e che farebbero finalmente chiarezza su una delle fondamenta più opache di questa Repubblica.

Logbook 150 – Il bivio

Courmayeur a dicembre con la neve e il silenzio è veramente quel che si dice magica. Proprio a Courmayeur si teneva uno storico concorso -“Bravo Grazie!”, la cui anima era Claudio Cali – per lanciare i nuovi comici così mi ritrovai in giuria nel 1996 insieme ad altri amici. Ci divertimmo come pazzi e alla fine il vincitore, senza grandi discussioni (almeno che io mi ricordi) fu Enrico Bertolino.

Era bravissimo e i personaggi che interpretava erano quanto mai azzeccati. Era chiaro che stava facendo una scelta di vita  e in fondo “Bravo. Grazie!” serviva proprio a dare una spinta e un’occasione a tanti talenti in cerca di un sentiero per il successo. Oltre Bertolino, da lì uscirono peraltro Luciana Littizzetto con un Minchia – Sabri strepitoso e tanti altri.

Bertolino con Max Tortora, molto dopo, fece poi coppia in una fortunatissima serie TV in cui interpretavano due piloti di una compagnia aerea privata un po’ sfigata e ancora adesso quella comicità veloce e efficace funziona benissimo.

Ho rivisto Enrico Bertolino a ottobre dello scorso anno a San Marino per il Galà di presentazione del nuovo palinsesto di RTV. Ha condotto infatti lui quella serata con una capacità straordinaria di saper tenere insieme i contributi diversi, un rispetto rigoroso dei tempi e una ironia dosata e efficace.

Fu una bella serata da ricordare volentieri con un grandissimo professionista che quella strada iniziata a Courmayeur ha dimostrato, per lui e per noi, come fosse quella giusta.

Logbook 149 – Dietro l’angolo

Anche questa campagna elettorale, scassata come una Duna in rodaggio, si è conclusa. Poche le sorprese. Giorgia Meloni vince e ci può stare perchè l’opposizione paga sempre. Sarà importante vedere ora chi saranno i nomi al governo perchè è lì che acquisirà credibilità o meno questa nuova speranza italica, dopo le precedenti esperienze grilline, renziane, dipietriste, leghiste ecc. Abbiamo un nuovo angolo sulla nostra strada, l’ennesimo, e vedremo dietro cosa troveremo.

Il pericolo “fascista”, francamente e per quel che può valere, non mi preoccupa e sono convinto che una campagna incentrata su antifascismo e pericolo nero sia stata un suicidio della sinistra, Quello che spesso chiamiamo fascismo è più che altro uno stato d’animo, un handicap culturale, dove la forza conta più della ragione, dove i diritti dei più deboli non sono rispettati, dove fa paura – come mi raccontava Ada, la moglie di Ernesto Rossi – il rumore dell’ascensore di casa tua che sale all’alba e poco importa la divisa che indossano quelli che ti sfondano la porta senza processi che non siano farse solo perchè difendi libertà e democrazia. Certo è anche vero che nei palazzi che contano – a Roma e non solo – saranno in parecchi in queste ore a frugare disperatamente negli armadi di casa per recuperare la camicia nera del nonno sansepolcrista e nascondere – mai distruggere, hai visto mai – quella del nonno partigiano (e in qualche caso poteva capitare pure che il nonno fosse poi sempre lo stesso). La pagnotta è pagnotta – per citare Eduardo – ma in Italia spesso si tende a esagerare rispetto a questa regola.

Il fatto è che la linea di demarcazione rischia di essere Putin e i suoi accoliti interni e esteri. La mobilitazione potrebbe essere la sua ennesima mossa sbagliata – l’ennesima, realmente – creando forti movimenti di protesta interni, un esodo di massa verso tutte le frontiere possibili, le donne in piazza come in Iran, e poi per ottenere cosa? Truppe impreparate e male armate che occorrono per prendere tempo mentre si fanno massacrare, puntando sul cedimento dell’avversario europeo nel tempo.

Siamo in guerra anche noi. Prendiamone atto. Una guerra atipica ma non per questo meno dura e se l’Europa deciderà di calarsi le braghe davanti ai massacri degli ucraini, dando magari retta a chi prende soldi da Putin per raccontare balle, allora sarà la sua fine. Le idee di libertà europee resteranno a covare sotto la brace e salteranno fuori inesorabili, passata la burrasca, perchè le idee di libertà non muoiono. La partita però è ancora apertissima e non è detto che il tempo non giochi a favore di chi combatte Putin. Anzi.

Logbook 148 – Backstage 4. Naziskin a Colle Oppio

Se ne parlava in radio e, siccome il discorso è finito sui fascisti di Colle Oppio – luogo romano pieno di storia ma anche di cronaca giudiziaria – ho accennato a quando i naziskin mi minacciarono di morte. In realtà messa così suona pesantona mentre allora non riuscimmo nessuno di noi a prendere sul serio le scritte che avevano coperto la Balduina, dove era allora la sede di Teleroma 56 e, se non ricordo male, qualche lettera anonima diciamo munizionata. In realtà la responsabilità di quelle minacce fu principalmente di Michele Serra.

Qualcuno mi ha chiesto di saperne di più ma non è che ci sia molto da aggiungere. Era inizio anni 90 e a Colle Oppio i naziskin avevano acquisito una certa notorietà per avere pestato in dodici un ragazzo nero et similia. Non erano il massimo ma oltre le teste rompevano anche un po’ alle balle a una Roma che era uscita non da moltissimo da terrorismo, scontri, revolverate per strada eccetera.

Eravamo molto ascoltati e gli anni di lavoro su una informazione certamente schierata ma corretta e capace di approfondire senza farsi condizionare, pagava. Francesco Rutelli ebbe peraltro modo di dire che la sua elezione – avvenuta per una manciata di voti sull’allora segretario del Msi Gianfranco Fini – doveva molto a quella tv. A quei tempi, fra le altre invenzioni dovute sopratutto alla povertà di mezzi, cambiavamo le sigle finali dei tg molto spesso, adeguandole alla attualità. Così in quella circostanza adottammo prima una famosissima scena dei Blues Brothers – “Io odio i nazisti dell’Illinois” – e poi un testo geniale di Michele Serra, recuperabile sul web. Così arrivarono le minacce ma era un vecchio conto aperto fra noi e andava bene così. Eccolo Michele Serra:

Lettera a un Naziskin

Caro naziskin, io scrivere te con parole facili facili, così forse tu capire. Io leggo su giornali che tu essere ‘bestia’ e ‘belva’, ma io non credere. Io credere tu essere ignorante: e ignoranza è grande problema per tutti, anche per me. Perché persona ignorante è persona debole, e persona debole è persona che ha paura, e persona che ha paura è persona che diventa cattiva e aggressiva, e fa “bonk” con bastone su testa di poveraccio. Vere ‘bestie’ e ‘belve’ sono certi giornalisti (molti) e certa televisione (quasi tutta), che dicono stronzate così noi restare tutti ignoranti e potere resta in mano di potenti. Io vuole dire questo: se tu picchia un poveraccio, tu non dimostra tua forza. Tu dimostra tua debolezza e tua stupidità. Perché sua testa rotta non risolve tuo problema. Tuo problema è che tu vivere in periferia di merda, senza lavoro o con lavoro di merda. Tuo problema è che tu essere ultima ruota del carro. Allora tu volere diventare forte, e tu avere ragione. Ma nessuno diventa forte picchiando (quaranta contro due) due persone deboli. Se tu volere diventare forte, tu dovere ribellarti a tua debolezza. Tu dovere pensare. In tua crapa rapata esserci cervello. Tu allora usare cervello, non bastone. Tuo cervello avere bisogno di cibo, come tua pancia. Tu allora provare a parlare, a leggere, a chiederti perché tu vivere vita di merda. Questo essere: cultura. E cultura essere sola grande forza per migliorare uomo. Io sapere: leggere essere molto faticoso. Pensare essere ancora più faticoso. Molto più faticoso che gridare “negro di merda”, o “sporco ebreo”: gridare stronzate essere molto facile, basta vedere presidente skinhead Cossiga. Tutti essere capaci di insultare e odiare. Me non importare niente se tu avere crapa rasata e scarponi: per me, tu potere anche metterti carciofo su testa e tatuare tue chiappe. Me importare che tu rispetta te stesso, tuo cervello e tua dignità, così forse tu impara anche a rispettare altri uomini. Se tu grida “sporco ebreo”, tu dovere almeno sapere cosa essere ebreo. E se tu sapere cosa essere ebreo, tu provare a chiederti come sarebbe bello se bruciassero in forno tua madre, tuo padre, tuoi fratelli, tuoi amici e te. Se tu comincia a fare domande, tu comincia a vincere. Domande essere come chiavi di macchina: basta una domanda per accendere motore e andare lontano. Io molto preoccupato per te (e anche per testa di quelli che vuoi picchiare). Io preoccupato perché il potere, quando vede persone ignoranti e cattive, può fare due cose: metterti in prigione, e prigione è come immenso “bonk” su tua testa. Oppure servirsi di te come uno schiavo, mandarti a picchiare e torturare e bruciare mentre lui, intanto, vive in bella casa con bella macchina e bella figa. Vuoi essere libero? Tieni tua testa rapata, ma impara ad amare tuo cervello. Forza e potere abitano lì: dentro zucca, non sopra zucca. Ciao. Michele Serra (Cuore 27 gennaio 1992).
Vignetta di Mauro Biani (2019)