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  • Burrasche. Diario di bordo 2022

    Dal 9 gennaio 𝐁𝐮𝐫𝐫𝐚𝐬𝐜𝐡𝐞. 𝐃𝐢𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐛𝐨𝐫𝐝𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟐 sarà disponibile nelle librerie e negli store online.

    “Il 2022 merita un diario come quello di Carlo Romeo. È un anno apparentemente di passaggio, quello da una pandemia a una guerra, ma così decisivo che rimarrà sicuramente nella storia di questo secolo.” Paolo Mieli

    In queste pagine, le onde del mare si accavallano a quelle dei giornali quotidiani in un intreccio tra presente e passato.

    Il libro è già prenotabile in libreria e online. Scopri di più sul sito di Edizioni Efesto: https://www.edizioniefesto.it/collane/theoretika/594-burrasche-diario-di-bordo-2022

  • Logbook 222 – Il Mediterraneo dal punto di vista di Greenpeace

    Nuova conversazione sul Mediterraneo su Radio Radicale. Con Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia, parliamo dei principali fattori che impattano sulla salute del nostro ecosistema marino e dell’attenzione per la questione ambientale. Buon ascolto.

    https://www.radioradicale.it/scheda/688918/il-mediterraneo-dal-punto-di-vista-di-greenpeace-intervista-a-alessandro-gianni

  • Logbook 221 – Il potere, magari

    Non riesco proprio a capire. Tutta una vita completamente dedicata a diventare ciò che si è, a prezzi immagino molto cari e poi a sessant’anni vivi in un piccolo appartamento squallido, giri con la Giulietta, vai al supermercato e ti compri due hamburger e il dixan. Il top è rappresentato da un magnete un po’ cafone che richiama al padre di quel Michael Corleone che forse è stato il vero modello di una vita e di una carriera. Oppure il poster del Joker, come un qualsiasi sedicenne brufoloso e insicuro.

    Cos’è dunque il potere? Soldi, certo ma per farne che? Immagine, certo ma se non ti riconosce neanche tua madre? Viene in mente un altro potente, anche se di natura e origini diverse ma siculo anche lui. Era un individuo che dalla sua piazzetta milanese che poi gli è stata dedicata, poteva decidere della vita e della morte non di individui ma di aziende. Non aveva neanche una Panda intestata a lui. Nulla di proprietà come un senzatetto della Stazione Termini, praticamente.

    Insomma a che serve il potere per cui si dannerebbe l’anima buona parte del pianeta? A vivere come un normale mortale mentre magari la notte le facce delle persone che hai ucciso o hai fatto uccidere ti tornano in mente? Forse, in realtà, non è vero che il potere logora solo chi non ce l’ha, con buona pace di Giulio Andreotti e delle legioni che hanno ripetuto questa sua frase fino alla nausea.

    Forse invece il potere logora proprio solo chi lo ha, poco importa la misura. Chi non lo ha vive sereno, magari senza la Giulietta – che fa impallidire come status symbol arcaico le Rolls di Ronaldo – magari senza il codazzo di troie con pullman o meno, altro status symbol di una cultura rovesciata.

    Vivere liberi, senza rincorrere modelli altri da quel che siamo, magari inseguendo chirurghi che eliminino parti di noi che non piacciono a noi perchè non piacciono agli altri.

    Insomma ci sono persone con patrimoni incredibili che potrebbero vivere in una della diecimila bellissime case che hanno, facendo finalmente quello che vogliono invece di rincorrere sondaggi taroccati, penosi record tiktokeschi, magari lasciando un ricordo ai nipoti che non sia soltanto di roba e di maschere. 

    Ci sono persone che potrebbero chiamarsi fuori dal Grande Circo e invece sono lì, sempre in pista, vivendo inesorabilmente una vita di merda sia pure scintillante. 

    Vado di corsa a riprendere Orazio che è sempre a portata di mano. Ne avverto un forte improvviso bisogno. Est modus in rebus, per esempio, sunt certi denique fines quos ultra citaque nequit consistere rectum.

  • Logbook 220 – Cialtroni

    C’è una categoria di persone che – ahimè – mi ha accompagnato lungo tutta una vita e che forse è ingiusto definire “democristiana” perchè è rappresentativa di tante altre parti in commedia. Diciamo però che lo spirito di una certa Dc – dove tutto era in vendita – è quello che la ha rappresentata meglio. La maschera cinematografica, per capirsi, potrebbe essere quella di un Alberto Sordi o di una Paolo Villaggio.

    Vediamo come si riconosce il soggetto, a volte – in casi particolarmente conclamati – il soggettone. In primo luogo, deve avere o millantare un qualche piccolo potere che peraltro è incapace di gestire e che ha ottenuto per incomprensibili ragioni di casta o di fortuna. Meglio poi se fosse presente anche qualche lieve problema di natura psichiatrica che lo porti a indossare una grandeur oggettivamente ridicola, almeno per quelli che hanno il coraggio di guardare le cose come sono. Di solito maneggia risorse di qualche natura e dimensione, promettendo a destra e a manca, in modo da pensare così di acquistare così consenso e alleanze. Questa gente però ignora la grande regola incisa nel bronzo ossia che quelli che riesci in qualche modo a comprarti, sono poi i primi a venderti, non appena si presenta l’occasione.

    Il millantato credito è per questa gente la sua arma migliore (accoppiata spesso con un filo di accattonaggio molesto nei confronti del potere vero), cercando di acquisire negli altri improbabile credibilità nonchè un qualche obbligo di riconoscenza, sempre a spese altrui. Operano spesso, infatti, vendendo diritti acquisiti come generose disponibilità, Di gente così ne ho vista davvero troppa in vita mia e francamente non mi ha mai entusiasmato, spesso anzi mi ha nauseato profondamente. Gentuccia che peraltro alla prima sberla si liquefà, campioni semmai del veleno o della pugnalata ovviamente alle spalle, quanto meno per quei poveri cristi che abbiano la dabbenaggine di bere con loro o di dare loro le spalle.

    Visti tanti  insomma di questo genere di soggetti, sempre a caccia di ringraziamenti pelosi e sempre pronti a far cadere le cose dall’alto. Forse è per quello, a pensarci, che quando mi è capitato di decidere di dare una gratifica o una promozione, ho sempre cercato di fare in modo che la relativa consegna fosse effettuata dal suo diretto responsabile di struttura. I provvedimenti disciplinari invece, quando è stato necessario darli, li ho sempre dati di persona. 

    La politica delle promesse, del ti – faccio -avere oppure ci – penso -io, ha rovinato questo Paese. Le campagne elettorali sono sempre state una tristissima fiera di promesse ridicole, tanto poi ovviamente una scusa per non mantenerle la si trova sempre. Colpa del destino cinico e baro, di direttori o di presidenti brutti e cattivi, del momento che adesso purtroppo non si può ma stai tranquillo, ghe pensi mì. Eccetera eccetera perchè una scusa c’è sempre e se non c’è si inventa. 

    Ne ho visti tanti ma la cosa che mi ha sempre colpito è come tante persone in gamba abbocchino sempre a questa categoria di soggetti, la cui definizione tecnica é “cialtroni.”

  • Logbook 219 – Sentieri di musica

    Luigi da piccolo aveva un sassofono giocattolo con cui si divertiva molto. Per lui l’udito e conseguentemente la musica sono stati da sempre la prima fonte di divertimento, di conoscenza, di comunicazione. Insomma l’ascolto è il suo senso primario, con subito dopo il tatto e infine, a una certa distanza, la vista. Così la musica fra carillon dalle forme e dai suoni più svariati, registratori a cassetta. Poi arrivarono gli iPod. Il primo, regalatogli da Maria Grazia che lo conosce da quando è nato, mi lasciò spiazzato con le solite paranoie paterne mentre invece aveva ragione lei perchè Luigi lo usò subito benissimo. E ancora gli iPad, il pc e il web, ecc. insomma la musica ha sempre fatto parte integrante della sua vita quotidiana.

    A Roma aveva imparato a usare la voce come strumento con Fabio Buccioli, un talento musicale formativo che opera su territori ancora sconosciuti, quale è ancora quello del rapporto fra musica e diverse abilità. Luigi si divertiva molto. Poi, lasciata una Roma per lui e non solo per lui ormai invivibile, sono arrivate le esperienze di RadioTutti a San Marino Rtv e di RadioWeb a Akkanto, il centro per le autonomie fondato da Andrea Canevaro a Santarcangelo di Romagna. I loro programmi sono ormai da anni sul web e meritano veramente un ascolto attento.

    Insomma, a Natale, forse grazie fra l’altro anche a una istigazione inconscia (cui sono grato  anche per il susseguente conforto) di un amico che non ho mai visto, Alberto Vanzo, gli regaliamo una tromba. Roba seria quanto basta (con una splendida valigia rossa) che gli è stata subito sottratta di mano perchè l’idea era di trovare un maestro che gli potesse dare prima una impostazione di massima. 

    Così, grazie all’Istituto Musicale Sammarinese – una delle migliori istituzioni del settore che abbia mai visto, nella mia lunga vita – finalmente in settimana lui comincerà le lezioni con un insegnante molto attento e disponibile, concentrato su una sfida nuova anche per lui. Lo ho incontrato per un caffè e mi sono reso conto che la musica è veramente qualcosa di unico e di universale per chi ci vive dentro. Ci siamo subito trovati d’accordo su una cosa. Il target unico è che Luigi si diverta, che impari un metodo – cosa mai facile – che lo possa divertire e che gli consenta di amare la musica ancora di più. Niente di più, niente di meno.

    La musica in fondo a me fa pensare al mare, dove le disabilità non esistono perchè le hanno tutti, nessuno escluso. Non a caso una volta, da bambino in uno storico albergo in cima al Grande, dopo avere fissato a lungo le fiamme a vista nella stufa del salotto, Luigi mi comunicò serio che il fuoco è come la musica. Rimasi spiazzato ma a ben vedere, c’è una logica in questo, perché il gioco armonico delle fiamme, per chi non ci sente, potrebbe essere una ottima rappresentazione visiva della armonia musicale. Non so, ma potrebbe.

    Tornando al mare e alle disabilità, Agostino Straulino per esempio non aveva una vista d’aquila per ragioni di servizio – una mina esplosa in faccia mentre la disinnescava sottacqua – ma il vento lo sentiva, diceva lui, con il naso. Sempre sul tema e sempre per esempio, un tizio di nome Mozart era sicuramente una persona con disabilità sociali e probabilmente psichiatriche. Che senso ha, insomma, parlare di disabili, disabilità e tutte queste minchiate – come le definirebbe Andrea Camilleri – quando si ascolta per esempio Michel Petrucciani?

  • Logbook 218 – Burrasche. Diario di bordo 2022 su Radio Radicale

    Per Radio Radicale mi intervista su Burrasche Ada che ormai da tempo immemorabile è il caporedattore. Sempre scherzato con lei – lavoravamo insieme in tv – chiamandola maresciallo perchè l’Arma si è persa, perdendola, una risorsa preziosa.

    Non esattamente flessibile – marito e due figli possono attestarlo con estremo vigore – rigorosa, ottima playmaker di un palinsesto complesso e atipico come quello di RR, altrettanto ottima conoscitrice della letteratura slava, è anche persona che non riesce a parlare di un libro se non lo ha letto. Questo può sembrare normale ma ahimè non lo è.

    Mi chiama via Skype e si va a cominciare.

    L’intervista completa è disponibile qui: https://www.radioradicale.it/scheda/688464/intervista-a-carlo-romeo-sul-suo-libro-burrasche-diario-di-bordo-2022

  • Logbook 217 – Fra truffe, consumatori, giornalisti e madri

    Per una questione di banale principio – roba ormai da bambini – e per quel che può interessare, ho cambiato questa settimana compagnia telefonica. Per ora – e toccando legno – con soddisfazione, tranne per il black out di una mattinata, un black out che peraltro credo sia dipeso da me. Costa la metà e i servizi sono gli stessi. Il fatto è però che ci si rende conto per l’ennesima volta che, di fronte a certi meccanismi, il consumatore finale  (honi soit qui mal ecc., dopo certi utilizzi del termine) sembra realmente indifeso.

    Certo ci sono organizzazioni meritorie come l’Aduc dove opera un caro antico amico, Vincenzo Donvito, cui debbo l’onore di essere stato arrestato in Turchia più di trent’anni fa, storia già raccontata peraltro. Ma le organizzazioni a difesa dei consumatori sono tante, troppe, e in alcuni casi anche con qualche opacità. Dovrebbe comunque essere lo Stato a tutelare da speculazioni che vanno oltre le leggi di mercato. Un piccolissimo ma emblematico esempio è quello della legna da ardere. A settembre, con le previsioni catastrofiche di un inverno al freddo, la legna aveva già quasi raddoppiato il costo rispetto all’inverno precedente e non a caso non si trovava. O meglio c’era nei capannoni dei rivenditori ma sembrava invisibile. Poi l’Inverno ha tardato, sono arrivati camion da altri territori più lontani, carichi di legna a ottimi prezzi e la autarchica speculazione di cartello è fallita miseramente. Una piccola storia italiana.

    Forse la GdF sarebbe la più idonea a avere mandato di monitorare certe strane operazioni che ricadono alla fine sulle spalle delle famiglie. È ben vero che le Fiamme Gialle hanno un numero verde che peraltro funziona anche bene, il 117, ma chi lo conosce, chi lo usa? Eppure è uno strumento semplice per una segnalazione per un accertamento. Ma qui scatta un antico problema italico. Tutti pronti a lamentarsi ma pochissimi a esporsi anche solo per una segnalazione.

    Quante volte, in tanti anni di giornalismo diciamo non esattamente arrendevole, mi è capitato di sentirmi dire “Dovreste fare una inchiesta sulla tal cosa” ma, nel momento in cui chiedevo una testimonianza o dei fatti dal medesimo interlocutore, regolarmente la risposta era no. È anche vero peraltro che il giornalismo italiano, in fondo e in moltissima parte, è stato segnato da una vecchia e apparentemente immortale cultura di regime, dove la politica o i poteri forti esercitano un senso di sottomissione sotto molti aspetti aberrante. C’è una poesia dedicata alle madri dei giornalisti (ma in realtà non solo di loro) di Pasolini che aveva ben definito questa cultura di regime una vita fa.

    La ballata delle madri di Pier Paolo Pasolini

    Mi domando che madri avete avuto.
    Se ora vi vedessero al lavoro
    in un mondo a loro sconosciuto,
    presi in un giro mai compiuto
    d’esperienze così diverse dalle loro,
    che sguardo avrebbero negli occhi?
    Se fossero lì, mentre voi scrivete
    il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
    o lo passate, a redattori rotti
    a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

    Madri vili, con nel viso il timore
    antico, quello che come un male
    deforma i lineamenti in un biancore
    che li annebbia, li allontana dal cuore,
    li chiude nel vecchio rifiuto morale.
    Madri vili, poverine, preoccupate
    che i figli conoscano la viltà
    per chiedere un posto, per essere pratici,
    per non offendere anime privilegiate,
    per difendersi da ogni pietà.

    Madri mediocri, che hanno imparato
    con umiltà di bambine, di noi,
    un unico, nudo significato,
    con anime in cui il mondo è dannato
    a non dare né dolore né gioia.
    Madri mediocri, che non hanno avuto
    per voi mai una parola d’amore,
    se non d’un amore sordidamente muto
    di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
    impotenti ai reali richiami del cuore.

    Madri servili, abituate da secoli
    a chinare senza amore la testa,
    a trasmettere al loro feto
    l’antico, vergognoso segreto
    d’accontentarsi dei resti della festa.
    Madri servili, che vi hanno insegnato
    come il servo può essere felice
    odiando chi è, come lui, legato,
    come può essere, tradendo, beato,
    e sicuro, facendo ciò che non dice.

    Madri feroci, intente a difendere
    quel poco che, borghesi, possiedono,
    la normalità e lo stipendio,
    quasi con rabbia di chi si vendichi
    o sia stretto da un assurdo assedio.
    Madri feroci, che vi hanno detto:
    Sopravvivete! Pensate a voi!
    Non provate mai pietà o rispetto
    per nessuno, covate nel petto
    la vostra integrità di avvoltoi!

    Ecco, vili, mediocri, servi,
    feroci, le vostre povere madri!
    Che non hanno vergogna a sapervi
    – nel vostro odio – addirittura superbi,
    se non è questa che una valle di lacrime.
    E’ così che vi appartiene questo mondo:
    fatti fratelli nelle opposte passioni,
    o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
    a essere diversi: a rispondere
    del selvaggio dolore di esser uomini.
  • Logbook 216 – Il Mediterraneo dal punto di vista della storia

    Nuova conversazione sul Mediterraneo su Radio Radicale. Con il prof. Egidio Ivetic parliamo di storia del Mediterraneo, il museo più grande del mondo. Un luogo denso di significati e di stratificazioni culturali, ma anche – oggi più che mai – cerniera complessa a livello di rapporti geopolitici. Buon ascolto. 

    https://www.radioradicale.it/scheda/688190/il-mediterraneo-dal-punto-di-vista-della-storia-intervista-a-egidio-ivetic

  • Logbook 215 – Quando il presente diventa passato

    Ci sono momenti nella vita delle persone come delle comunità umane, in cui improvvisamente un presente apparentemente solido – perché consolidato dal Tempo, noto truffatore internazionale – diventa passato. Un istante prima qualcosa è, un istante dopo non è più. Restano comunque i più o meno tenui fili di memoria che lentamente perderanno o rischieranno di perdere la loro identità, per dimenticanza o per il suo contrario, un contrario che può anch’esso logorare. La memoria dove la tocchi duole, scrive il greco Giorgio Seferis, grandissimo e misconosciuto Nobel della letteratura. Forse è vero, forse no, o forse piuttosto cambia questa verità a seconda di momenti e circostanze e prospettive.

    L’arresto del latitante italiano più famoso nel mondo potrebbe essere uno di quei momenti. Da un istante all’altro, il boss non è più ma diventa passato. Oppure, sempre per esempio, non manca poi molto a un anno di guerra, una guerra che doveva durare due giorni secondo Putin e non solo. Appena il primo carro armato con la Z ha varcato il confine ucraino, ecco che il presente si trasforma in passato e non esiste più.

    La vita è fatta di questi momenti. Oogway, la tartaruga mistica di Kung Fu Panda, lo dice chiaramente al panda, allievo perplesso di Shifu, un Dustin Hoffman travestito da non ho mai capito quale animale, suo maestro di kung fu. La tartaruga non dice una cosa nuova ma la dice nel modo giusto al momento giusto del film: ieri è storia, domani è mistero ma oggi, oggi è un dono, per questo si chiama presente.

    Restano quegli istanti di passaggio fra presente e passato. Sono loro che alla fine danno – brutto o bello che sia – il senso di una vita che scorre, di un mondo che scorre, con tutte le cose giuste e le cose sbagliate che si trascina dietro. La vita è in fondo solo un insieme di questi istanti che fra lagrime e risate si cerca di tenere insieme in qualche modo e con molta fatica.

  • Logbook 214 – Tanto per

    Porto Ercole è uno dei posti cui sono più legato. Ho cominciato a navigare lì con uno storico bravissimo istruttore, che aveva passato la vita come nostromo su un traghetto per le isole. Facevamo lezione a novembre spesso sotto il diluvio, Isolotto e ritorno decine di volte, rigorosamente a vela, anche perchè, se non ricordo male, il motore neanche c’era nella barchetta. Quando diluviava e rientravamo in porto, capitava che mi chiedesse sul molo i soldi della lezione, staccando relativa ricevuta, non appena eravamo sbarcati, con una motivazione che ancora oggi dopo tanto tempo trovo fantastica. Nel suo tosco-maremmano mi diceva “Non vorrei che chi ci vede rientrare, pensa che io sia matto a uscire con questo tempo. Meglio che vedano che sto facendo lezione”. Ho imparato molte cose da lui, compresa una certa dimestichezza con il turpiloquio dell’Argentario.

    Mi torna in mente, parlando di quel periodo, un week end memorabile al mare con piccolo relativo incubo, in cui però il mare c’entrava in fondo poco. Venerdì sera di tanti anni fa e io, come tutte le settimane di quel mese, vado al corso a Porto Ercole per prendere la patente nautica senza limiti, vela e motore. Finita la lezione verso mezzanotte arrivo alla casa in campagna dove vado solitamente a dormire, visto che il giorno dopo, la mattina presto, ho nuovamente lezione a Porto Ercole. Tornare a Roma diventerebbe scomodo anche perchè un caro amico mi mette gentilmente a disposizione la suddetta casa di campagna.
    La casa è bella, appena costruita anche se sono ancora da finire piscina, giardino e il piano sotterraneo. Arrivo che è tardi e siccome ha piovuto tutto il giorno ho davanti un buio mare di fango che attraverso per arrivare e accendere la luce del patio. Riattraverso per spegnere le luci della macchina che ho lasciato accese se no non vedevo un tubo. Ririattraverso con la borsa e finalmente vado a dormire fra i fiori e le bambole della stanza di Carlottina, figlia tredicenne del padrone di casa. Trovo sulla bianca trapunta del letto una specie di truciolato tritato che mi fa pensare a tabacco forte. Che la Carlottina fumi il toscano di nascosto. mi chiedo? Mah. Pulisco ma per sicurezza levo la coperta e dormo con il lenzuolo.

    Mi metto dunque a dormire ma non riesco a prendere sonno. E’ come se avvertissi qualcosa. Riaccendo la luce. Mi alzo e vedo per terra una grande busta dell’Ikea, piena sembrerebbe di coperte e trapunte. Sollevo quasi istintivamente la prima coperta che poi è anche l’unica e trovo ciò che forse a livello inconscio – molto inconscio – prevedevo. Nella grande busta si dimenano ammassati nel sonno una trentina di topi che dormono saporitamente uno sull’altro. Intuisco che non trattavasi di tabacco adolescenziale quel che avevo trovato sulla coperta ma che i suddetti avevano evidentemente utilizzata la suddetta coperta della Carlottina come water personale. Intervengono al solito sangue freddo e lucidità stupefacenti per uno di città, desueto alla natura sia essa romantica o topesca. Ricopro pertanto al volo la topaia, mi rivesto rapidamente, rifaccio il bagaglio, lascio la chiave sotto un secchio di plastica fuori dalla porta, riattraverso la palude, evitando di finire nello scavo della futura piscina, salgo in macchina e alle tre e passa torno a Roma.Arrivo a Roma e trovo ovviamente la porta di casa bloccata dal paletto. Suono. Niente. Telefono. Niente, Dopo un certo lasso di tempo, viene levato il paletto da una coniuge abituata a tutto, mi butto sul letto e la mattina dopo, con tre ore di sonno, mi rimetto di nuovo in viaggio verso Porto Ercole per la lezione di pratica. Dalla macchina, avviso il titolare della casa e della Carlottina – e che peraltro si stava recando in villa – della faccenda. Lui va quasi sotto choc. Fa intervenire immediatamente nell’ordine sindaco e assessore, Dio sa perché, e quindi degli individui predisposti alla eliminazione dei topi che in realtà erano in numero più cospicuo anche se di campagna. Non coinvolge i marines esclusivamente penso per via del fuso orario. In ogni caso parte la bonifica più veloce del mondo mentre io mi faccio la mia lezione di vela, ovviamente sotto un torrente di pioggia che ho tuttora il ragionevole sospetto stesse fiduciosamente aspettandomi.

  • Logbook 213 – Di sicuro c’è solo che è morto

    Ucciso in uno scontro a fuoco con i carabinieri, dice la versione ufficiale. Siamo in Sicilia, la Sicilia del 1950. Salvatore Giuliano sarebbe morto in un vicolo di Castelvetrano, nel corso di quello scontro a fuoco. L’Europeo, il giornale per cui scriveva, pubblicò la cronaca che Besozzi fa di quell’omicidio. Giornalismo perfetto, senza sbavature. Citati i nomi dei testimoni citabili, ipotesi formulate in base a quelli non citabili ma credibili, ragionamenti e verifiche sulla improbabile versione ufficiale – che naturalmente non quadra e di molto perchè pare proprio che Giuliano stesse dormendo quando morì, cosa che rende lo scontro a fuoco quanto meno complesso – possibili verità alternative. Tutto orribilmente giornalisticamente perfetto. Il pezzo che non lascia un momento di pausa per due intere pagine, il titolo – “Di sicuro c’è solo che è morto” – e siamo appunto in Sicilia e in Italia nel 1950, le foto della madre di Giuliano a terra che piange e copre la macchia di sangue, circondata dal paese che guarda.

    Leggere Besozzi è risentire il sapore di una pietanza antica che la salsa del colore non annega. Un giornalismo serio, duro, che non consente mezzucci ma semmai – e nel caso soltanto ad alcuni ma non a lui – certi grandi bluff non a caso malapartiani o montanelliani. Quello di Tommaso Besozzi è un giornalismo fondato sulle notizie, sugli appunti raccolti sul posto, scritto a mano, tutto di seguito, e poi in redazione a Milano.

    Quando scriveva – racconta Manlio Cancogni che di Besozzi era amico – cercava fra le tante parole quelle giuste da far aderire come un guanto alle cose. Il prezzo per raccontare, lavorare e vivere così, è altissimo perchè è altissimo il rischio che la corrente dei fatti e delle vite viste e raccolte trascini via. Tommaso Besozzi, uno dei più grandi nella storia del giornalismo italiano, questo prezzo lo ha pagato fino in fondo, fino a decidere di chiudere tutto definitivamente e tragicamente nella primavera del 64, con una bomba a mano davanti allo stomaco. nel garage della sua casa romana di Monteverde.