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  • Logbook 152 – Voldemort, in arte Putin

    Parliamo tra amici della situazione e di Putin. L’ultima trovata è quella di far saltare il gasdotto per non pagare le penali, utilizzando i mezzi della Marina. Sommergibile e sommozzatori, niente di più facile mi dice un amico sommergibilista, tenendo anche conto che il Baltico non è profondo e che le basi russe sono già all’interno di quel mare.

    Il figlio di un amico ci ascolta attento. Avrà nemmeno dieci anni. Vuole capire e poi traduce “Putin sarebbe una specie di Voldemort”. Noi ci guardiamo perplessi. Il padre, orgoglioso ma anche un po’ in difficoltà, gli risponde che i cattivi non sono tutti cattivi e che i buoni non sono tutti buoni. Insomma cerca di fare il padre illuminato ma il ragazzino ha le idee chiare e quindi Putin, se si comporta come Voldemort, é cattivo, punto. Al che noi che certo su Putin abbiamo idee molto chiare non sappiamo cosa rispondere.

    I cattivi ci sono, eccome. Poi come Hitler o come lo stesso Putin possono amare i cani eccetera ma alla fine quello che conta sono i fatti, scremati dalle balle che ci vengono elargite solitamente a pagamento sulla Russia paradiso della democrazia. I cattivi ci sono. Ed é bene che lo sappia uno che potrebbe anche vedere il secolo prossimo con un po’ di fortuna e se appunto i cattivi ci lasciano vivere, atomiche o meno.

    “Non esiste il bene e il male. Esiste solo il potere e quelli troppo deboli per usarlo”.

    È una citazione, certo, ma secondo voi è una citazione di Putin o di Voldemort? Allora citazione per citazione si va su M. L. King.

    “Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi. È l’indifferenza dei buoni”.

    Amen e nel caso è un amen per tutti.

  • Logbook 151 – La grande menzogna?

    È forse il più bel giallo che mi sia capitato di leggere da parecchi anni. Solo che il libro di cui parliamo, scritto da Pier Angelo Maurizio, non è un giallo.

    Quasi quattrocento morti. Nazisti vittime di un attentato che però non sono nazisti ma soldati altoatesini, trattati dai tedeschi come non tedeschi e forse mandati scientemente al macello, visto che di tedeschi e di nazisti non ne muore nessuno. Un attentato proibito dal CLN perché gli americani erano a Anzio e si dovevano evitare massacri inutili fra la popolazione. Morti civili che non si sa quanti sono e se ci sono, che scompaiono e riappaiono lungo cinquanta anni. Una delle vittime che è un capo partigiano non gappista, ucciso dalla bomba, di cui non si parla mai e non si sa perché sia lì. Un bambino che c’è ma forse non c’è ma la foto dice che c’è e allora è falsa, dice il Tribunale, ma falsa sembra proprio non sia. I vertici del Partito d’Azione con in capo Pilo Albertelli. La solida componente militare e monarchica della Resistenza guidata dal Colonnello Montezemolo, interlocutore principale fino ad allora degli alleati. I socialisti, quelli meno in linea con i gappisti, i comunisti alternativi di Bandiera Rossa, vera e propria spina nel fianco del PCI e radicatissima nei quartieri più poveri. I gappisti in realtà alle Fosse Ardeatine sono solo cinque e sono fra i militanti più critici alla linea del Partito, arrestati peraltro poco prima dell’attentato con delle delazioni. E poi gli ebrei romani rastrellati per strada. Scompaiono tutti nelle Fosse Ardeatine mentre i capi gappisti a Regina Coeli finiscono la notte prima dell’eccidio alle Fosse Ardeatine nell’infermeria del carcere, senza finire nella famigerata lista.

    Non è finita. Un direttore di Regina Coeli che curiosamente viene definito da tutti un sincero democratico – uno che fa fuggire Pertini e Saragat dal carcere romano – ma che viene linciato da una folla apparentemente organizzata mentre si reca a testimoniare al Processo Caruso. I testimoni di quell’attentato e di quella lista delle vittime da uccidere barbaramente nelle cave spariscono subito. 

    Il questore Caruso e Pietro Koch – il capo della banda Koch – specializzato nella caccia agli azionisti –  con processi e condanne velocissime, Carretta con un linciaggio che sembra avere una precisa regia. E poi una magistratura fascista ma già ex – vista l’aria e i rumori che arrivano da Anzio – che deve riaccreditarsi, servizi segreti ovunque, cambi di casacca rapidi o ancora figure centrali nella vicenda come il commissario Alianello – l’unico italiano presente alle Fosse Ardeatine e uomo di fiducia del colonnello Kappler – che viene promosso alla fine della guerra per poi finire persino prefetto negli anni ’60.

    Misteri ce ne sono tantissimi e l’unico che ha avuto il coraggio di proporre una tesi alternativa con quasi quarant’anni di studi documentatissimi è Pier Angelo Maurizio. Pier Angelo è un giornalista che conosce il suo mestiere. Per essersi occupato di questa storia ha subito di tutto e il libro che si trova on line lo ha dovuto stampare a spese sue perché Via Rasella, le Fosse Ardeatine, il linciaggio di Donato Carretta, quel 1944 romano orrendo sotto molti punti di vista, sono tutti temi pericolosissimi da trattare, se vuoi approfondire i tanti interrogativi che ci sono. La polemica una volta si liquidava a sinistra con la formula “provocazioni fasciste” anche se molto spesso non si trattava di provocazioni e men che meno fasciste ma solo di feroci tabù di un anno tragico, quell’orribile anno, da cui forse nacque proprio a Roma – e proprio per quella vicenda, se realmente alle spalle ci fu una regia  – una guerra civile.

    Nel 2017 Pier Angelo Maurizio ha pubblicato l’ultima edizione con ulteriori documenti che consolidano la sua tesi così il mistero di Via Rasella continua, anche se ormai non c’è più nessuno dei protagonisti e dei testimoni. Quell’Italia lì purtroppo però c’è ancora. Fino a quando durerà il mistero di Via Rasella? 

    Il libro è: Pier Angelo Maurizio,  “Via Rasella. Settant’anni di menzogne”, Maurizio Edizioni 2017. Dagli archivi americani, inglesi e ex sovietici potrebbero venir finalmente fuori quei documenti mai visti e ormai ingialliti, che sicuramente sono ben conservati e che farebbero finalmente chiarezza su una delle fondamenta più opache di questa Repubblica.

  • Logbook 150 – Il bivio

    Courmayeur a dicembre con la neve e il silenzio è veramente quel che si dice magica. Proprio a Courmayeur si teneva uno storico concorso -“Bravo Grazie!”, la cui anima era Claudio Cali – per lanciare i nuovi comici così mi ritrovai in giuria nel 1996 insieme ad altri amici. Ci divertimmo come pazzi e alla fine il vincitore, senza grandi discussioni (almeno che io mi ricordi) fu Enrico Bertolino.

    Era bravissimo e i personaggi che interpretava erano quanto mai azzeccati. Era chiaro che stava facendo una scelta di vita  e in fondo “Bravo. Grazie!” serviva proprio a dare una spinta e un’occasione a tanti talenti in cerca di un sentiero per il successo. Oltre Bertolino, da lì uscirono peraltro Luciana Littizzetto con un Minchia – Sabri strepitoso e tanti altri.

    Bertolino con Max Tortora, molto dopo, fece poi coppia in una fortunatissima serie TV in cui interpretavano due piloti di una compagnia aerea privata un po’ sfigata e ancora adesso quella comicità veloce e efficace funziona benissimo.

    Ho rivisto Enrico Bertolino a ottobre dello scorso anno a San Marino per il Galà di presentazione del nuovo palinsesto di RTV. Ha condotto infatti lui quella serata con una capacità straordinaria di saper tenere insieme i contributi diversi, un rispetto rigoroso dei tempi e una ironia dosata e efficace.

    Fu una bella serata da ricordare volentieri con un grandissimo professionista che quella strada iniziata a Courmayeur ha dimostrato, per lui e per noi, come fosse quella giusta.

  • Logbook 149 – Dietro l’angolo

    Anche questa campagna elettorale, scassata come una Duna in rodaggio, si è conclusa. Poche le sorprese. Giorgia Meloni vince e ci può stare perchè l’opposizione paga sempre. Sarà importante vedere ora chi saranno i nomi al governo perchè è lì che acquisirà credibilità o meno questa nuova speranza italica, dopo le precedenti esperienze grilline, renziane, dipietriste, leghiste ecc. Abbiamo un nuovo angolo sulla nostra strada, l’ennesimo, e vedremo dietro cosa troveremo.

    Il pericolo “fascista”, francamente e per quel che può valere, non mi preoccupa e sono convinto che una campagna incentrata su antifascismo e pericolo nero sia stata un suicidio della sinistra, Quello che spesso chiamiamo fascismo è più che altro uno stato d’animo, un handicap culturale, dove la forza conta più della ragione, dove i diritti dei più deboli non sono rispettati, dove fa paura – come mi raccontava Ada, la moglie di Ernesto Rossi – il rumore dell’ascensore di casa tua che sale all’alba e poco importa la divisa che indossano quelli che ti sfondano la porta senza processi che non siano farse solo perchè difendi libertà e democrazia. Certo è anche vero che nei palazzi che contano – a Roma e non solo – saranno in parecchi in queste ore a frugare disperatamente negli armadi di casa per recuperare la camicia nera del nonno sansepolcrista e nascondere – mai distruggere, hai visto mai – quella del nonno partigiano (e in qualche caso poteva capitare pure che il nonno fosse poi sempre lo stesso). La pagnotta è pagnotta – per citare Eduardo – ma in Italia spesso si tende a esagerare rispetto a questa regola.

    Il fatto è che la linea di demarcazione rischia di essere Putin e i suoi accoliti interni e esteri. La mobilitazione potrebbe essere la sua ennesima mossa sbagliata – l’ennesima, realmente – creando forti movimenti di protesta interni, un esodo di massa verso tutte le frontiere possibili, le donne in piazza come in Iran, e poi per ottenere cosa? Truppe impreparate e male armate che occorrono per prendere tempo mentre si fanno massacrare, puntando sul cedimento dell’avversario europeo nel tempo.

    Siamo in guerra anche noi. Prendiamone atto. Una guerra atipica ma non per questo meno dura e se l’Europa deciderà di calarsi le braghe davanti ai massacri degli ucraini, dando magari retta a chi prende soldi da Putin per raccontare balle, allora sarà la sua fine. Le idee di libertà europee resteranno a covare sotto la brace e salteranno fuori inesorabili, passata la burrasca, perchè le idee di libertà non muoiono. La partita però è ancora apertissima e non è detto che il tempo non giochi a favore di chi combatte Putin. Anzi.

  • Logbook 148 – Backstage 4. Naziskin a Colle Oppio

    Se ne parlava in radio e, siccome il discorso è finito sui fascisti di Colle Oppio – luogo romano pieno di storia ma anche di cronaca giudiziaria – ho accennato a quando i naziskin mi minacciarono di morte. In realtà messa così suona pesantona mentre allora non riuscimmo nessuno di noi a prendere sul serio le scritte che avevano coperto la Balduina, dove era allora la sede di Teleroma 56 e, se non ricordo male, qualche lettera anonima diciamo munizionata. In realtà la responsabilità di quelle minacce fu principalmente di Michele Serra.

    Qualcuno mi ha chiesto di saperne di più ma non è che ci sia molto da aggiungere. Era inizio anni 90 e a Colle Oppio i naziskin avevano acquisito una certa notorietà per avere pestato in dodici un ragazzo nero et similia. Non erano il massimo ma oltre le teste rompevano anche un po’ alle balle a una Roma che era uscita non da moltissimo da terrorismo, scontri, revolverate per strada eccetera.

    Eravamo molto ascoltati e gli anni di lavoro su una informazione certamente schierata ma corretta e capace di approfondire senza farsi condizionare, pagava. Francesco Rutelli ebbe peraltro modo di dire che la sua elezione – avvenuta per una manciata di voti sull’allora segretario del Msi Gianfranco Fini – doveva molto a quella tv. A quei tempi, fra le altre invenzioni dovute sopratutto alla povertà di mezzi, cambiavamo le sigle finali dei tg molto spesso, adeguandole alla attualità. Così in quella circostanza adottammo prima una famosissima scena dei Blues Brothers – “Io odio i nazisti dell’Illinois” – e poi un testo geniale di Michele Serra, recuperabile sul web. Così arrivarono le minacce ma era un vecchio conto aperto fra noi e andava bene così. Eccolo Michele Serra:

    Lettera a un Naziskin

    Caro naziskin, io scrivere te con parole facili facili, così forse tu capire. Io leggo su giornali che tu essere ‘bestia’ e ‘belva’, ma io non credere. Io credere tu essere ignorante: e ignoranza è grande problema per tutti, anche per me. Perché persona ignorante è persona debole, e persona debole è persona che ha paura, e persona che ha paura è persona che diventa cattiva e aggressiva, e fa “bonk” con bastone su testa di poveraccio. Vere ‘bestie’ e ‘belve’ sono certi giornalisti (molti) e certa televisione (quasi tutta), che dicono stronzate così noi restare tutti ignoranti e potere resta in mano di potenti. Io vuole dire questo: se tu picchia un poveraccio, tu non dimostra tua forza. Tu dimostra tua debolezza e tua stupidità. Perché sua testa rotta non risolve tuo problema. Tuo problema è che tu vivere in periferia di merda, senza lavoro o con lavoro di merda. Tuo problema è che tu essere ultima ruota del carro. Allora tu volere diventare forte, e tu avere ragione. Ma nessuno diventa forte picchiando (quaranta contro due) due persone deboli. Se tu volere diventare forte, tu dovere ribellarti a tua debolezza. Tu dovere pensare. In tua crapa rapata esserci cervello. Tu allora usare cervello, non bastone. Tuo cervello avere bisogno di cibo, come tua pancia. Tu allora provare a parlare, a leggere, a chiederti perché tu vivere vita di merda. Questo essere: cultura. E cultura essere sola grande forza per migliorare uomo. Io sapere: leggere essere molto faticoso. Pensare essere ancora più faticoso. Molto più faticoso che gridare “negro di merda”, o “sporco ebreo”: gridare stronzate essere molto facile, basta vedere presidente skinhead Cossiga. Tutti essere capaci di insultare e odiare. Me non importare niente se tu avere crapa rasata e scarponi: per me, tu potere anche metterti carciofo su testa e tatuare tue chiappe. Me importare che tu rispetta te stesso, tuo cervello e tua dignità, così forse tu impara anche a rispettare altri uomini. Se tu grida “sporco ebreo”, tu dovere almeno sapere cosa essere ebreo. E se tu sapere cosa essere ebreo, tu provare a chiederti come sarebbe bello se bruciassero in forno tua madre, tuo padre, tuoi fratelli, tuoi amici e te. Se tu comincia a fare domande, tu comincia a vincere. Domande essere come chiavi di macchina: basta una domanda per accendere motore e andare lontano. Io molto preoccupato per te (e anche per testa di quelli che vuoi picchiare). Io preoccupato perché il potere, quando vede persone ignoranti e cattive, può fare due cose: metterti in prigione, e prigione è come immenso “bonk” su tua testa. Oppure servirsi di te come uno schiavo, mandarti a picchiare e torturare e bruciare mentre lui, intanto, vive in bella casa con bella macchina e bella figa. Vuoi essere libero? Tieni tua testa rapata, ma impara ad amare tuo cervello. Forza e potere abitano lì: dentro zucca, non sopra zucca. Ciao. Michele Serra (Cuore 27 gennaio 1992).
    Vignetta di Mauro Biani (2019)
  • Logbook 147 – Terra e memoria

    È stata come immaginavamo una rassegna stampa non semplice. Non lo è mai ma una settimana che comincia con il più grande funerale della storia per partecipazione di popolo reale e virtuale e con la minaccia di guerra nucleare per chiudere con la fine di una campagna elettorale scassata se non spesso ridicola, insomma non consentiva di abbassare un momento la guardia.

    In realtà la notizia che a livello personale temevo di più era quella di Gianfranco. In diretta non sarebbe stato facile gestirla. Sapevo che era questione di giorni se non di ore e Marina – una delle donne più in gamba che abbia mai conosciuto – aveva chiesto discrezione e silenzio. Poi ieri mattina la notizia è stata data. Gianfranco se ne è andato sabato pomeriggio e se ne è andato con il suo passo discreto e sicuro, con il suo sguardo ironico e attento.

    A pensarci, lo ho visto correre una sola volta in vita mia. Ci avevano espulso dalla Turchia in Germania – a Monaco mi pare, qui ne abbiamo già parlato – e dovevamo  prendere un treno notturno per l’Italia. I tempi erano strettissimi e dovemmo correre. Gianfranco ci superò di corsa e solo alla fine scoprimmo che stavamo prendendo un treno per Anversa. Maurizio Turco e io tirammo giù Gianfranco dal treno e riuscimmo Dio sa come a prendere quello giusto.

    Gianfranco insomma non era esattamente un operativo ma era una intelligenza strategica come poche. Era totalmente insensibile rispetto agli appetiti politici  personali che, in fondo in fondo, quando capitava di vederli comparire anche in casa radicale, lo nauseavano anche un po’. Era anche l’unico che riusciva a confrontarsi a armi pari con Marco sul piano politico, che avesse la capacità in certi congressi radicali complicati di salire sul palco e rimettere i paletti al dibattito oppure di gestire la presidenza con polso e sensibilità (un altro grande presidente congressuale era Frando De Cataldo).

    Negli anni ‘90 cominciò una diaspora di intelligenze e esperienze politiche uniche. Certo la responsabilità di Marco fu forte ma era sua anche la responsabilità di aver creato qualcosa di politico nuovo, intelligente, rigoroso, fuori da compromessi e mediocrità. Chi frequentò quel mondo negli anni precedenti, sa bene che fu una scuola dura ma unica e Gianfranco è sempre stato uno di quei maestri.

    Lo avevo incontrato alla manifestazione organizzata da Giachetti questa primavera. Stava seduto sull’unica sedia disponibile, rimediata da Roberto Dio sa come. Quando mi inginocchiai affettuosamente davanti a lui che era con Rita, si mise a ridere e mi disse che ero il solito stronzo. Stava bene, mi disse, solo un po’ rallentato nei movimenti. Risposi che allora la differenza dal solito era estremamente sottile – lo sfottò sulla sua pigrizia era un cavallo di battaglia che utilizzavo anche se lui si limitava a riderci sopra, guardandosi bene dal contestarlo – ma in fondo era lui, in forma. Gli volevamo tutti molto bene noi che eravamo quel giorno davanti a Montecitorio. Una cosa mi diede un po’ fastidio, adesso che rivedo la scena. Piero Fassino – che lo conosceva bene – uscì da Montecitorio, vide noi ma vide anche Gianfranco e si affrettò a cambiare strada. Gianfranco se ne accorse e ci guardammo, sorridendoci sopra.

    Gianfranco è riuscito a finire e a pubblicare il suo libro che è la storia del Partito Radicale e al tempo stesso la sua storia. Ci ha lavorato trent’anni credo e ci teneva a lasciarlo. Era molto legato a quel libro che è uscto qualche mese fa per Sellerio. La csa editrice siciliana ha tantissimi meriti nella storia dell’editoria italiana e il pubblicare questo libro si inserisce nella lunga lista.

    Gianfranco è lì, in quel libro e nell’archivio unico e immensamente importante di Radio Radicale. I suoi interventi in Senato erano ascoltati in silenzio e con attenzione dai senatori suoi colleghi perchè sapeva essere duro, a volte durissimo, ma sempre senza aggressività, sempre con il massimo rispetto per i suoi interlocutori. La politica di oggi è altro dal suo mondo, dal suo tempo politico. Sarebbe stato un ottimo uomo di governo, era un ottimo giornalista, era insomma una risorsa preziosissima per questi tempi e questo Paese. Ma per il Paese delle Occasioni Perdute dove sembrano dominare – tranne rare eccezioni – chiacchiere, mediocrità, incompetenze, siamo sicuri che essere questo, che persone come Gianfranco Spadaccia, non rappresentino un problema?

    Un grande abbraccio, allora. Ci saluteremo fra noi come hai deciso tu, all’aperto (sperando sia bello) fra risate, lagrime e bicchieri di vino, sotto gli occhi tolleranti dei cani che conoscevi e che amavi. Che la terra ti sia lieve e che la memoria conservi ciò che hai fatto.

    Foto di Andrea Cavalieri
  • Logbook 146 – I faccioni televisivi e il tip tap

    Si avvia a finire questa almeno per me insopportabile campagna elettorale. Vedremo. Vedremo quanto sondaggi più o meno credibili ci avranno preso. Vedremo quante delle migliaia di promesse – molte delle quali demenziali – sentite in questi giorni si squaglieranno al sole come un ghiacciolo neppure di gran qualità. Vedremo poi se il vero partito di maggioranza non sarà il partito del non voto.

    Per inciso (e neanche tanto per inciso) sarebbe opportuno che, nel caso che la percentuale di italiani che abbiano deciso di non votare sia rilevante nello scenario politico, non fare finta da parte di nessuno, istituzioni comprese, che questo sia un dato marginale. Non andare a votare é anche quello un voto, piaccia o no 

    Vedremo anche se quella che ormai sembra essere la morte televisiva dei talk show politici, sia per qualità che per ascolti, troverà di fatto conferma anche nel voto.

    Resta a questo proposito la pena, la tristezza, di certe facce e faccioni televisivi ormai invecchiati, fatti e rifatti, che cercano di mantenersi a tutti i costi in scena. Potrebbero magari tentare con il tip tap e nel caso avrebbero come Maestro un grandissimo tragico Ugo Tognazzi in un altrettanto bel film di Antonio Pietrangeli. Basta cercarlo.

  • Logbook 145 – Per un pugno di rubli

    Facile prevedere che qualcosa salterà fuori, a meno che non sia già saltato. Il Copasir si riunisce per sapere se e come ci sono state ingerenze del Kgb, in arte Putin, su politici e media italiani. Il coro di stupiti e indignati ha fatto sorridere chi osserva con attenzione certi fenomeni filoputiniani degli ultimi dieci anni. D’altronde la questione è antica, dallo scandalo Profumo in poi. Il Kgb ha sempre saputo cogliere la mela occidentale pronta a marcire, se non già puteolente, su cui operare.

    È evidente che se corruzione c’è stata anche in Italia, questa è stata gestita dal più grande corruttore occidentale degli ultimi settant’anni, il succitato KGB che fra soldi, foto, minacce e non pochi omicidi ha la capacità di trovare sempre una soluzione al problema che si è posto, di colpire sempre il target cui mira. Difficile ovviamente però che salti fuori un bonifico firmato Putin o una relativa ricevuta firmata con tanto di avvallo del tesoriere del partito. I giri sono stati molto più complessi, nel caso.

    Da quando infatti esiste la tracciabilità del danaro – cioè non a caso da dopo le Due Torri – la corruzione internazionale ha cambiato vesti e percorsi ma è sempre lì a muoversi, colpendo dove trova debolezze o appetiti. I sistemi sono cambiati ma esistono ancora – eccome se esistono – ma anzi si sono raffinati ulteriormente. Per questo occorrono sistemi di indagine all’avanguardia, altrettanto raffinati ma, se ciò è avvenuto, l’Italia ha tutti gli strumenti e le alleanze per fare chiarezza. 

    Occorre fare rete fra le varie specificità attive come Gdf, CC, Servizi, centri di controllo e Authority. che se sanno di avere le spalle coperte dalla politica sanno come muoversi per portare a casa tutti i risultati necessari e i relativi riscontri. Fare rete è determinante in questi casi e il coordinamento non può non essere direttamente a Palazzo Chigi. La tempistica è quella che è ma non stupisce. Resta una realtà che vede all’interno del Parlamento schieramenti palesemente putiniani mentre fra i media – anche fra i più “quotati” – la singolare strabordante presenza nelle scalette dei programmi – che peraltro sanno di precotto e predigerito – di voci che non stonerebbero nelle tv russe di regime, se nelle tv russe non si stesse cominciando a intuire qualche crepa.

    Di una cosa possiamo essere certi. La verità verrà fuori. Speriamo solo di essere ancora vivi quando accadrà ma accadrà.

  • Logbook 144 – Dalle parti di Mosca

    Dalle parti di Mosca, di questi tempi.
    Deja vu.

    PS. Clamoroso al Cibali! Putin avrebbe pagato dal 2014 partiti e giornalisti anche in Italia. Ma pensa.

  • Logbook 143 – Ma mi faccia ridere

    Quanto sia necessario ridere a tutti noi, soprattutto di questi tempi, lo ho visto chiaramente l’altra sera al Podere Lesignano dove il Rotary mi aveva chiesto di invitare Dario Vergassola. Dario era per lavoro in zona e quindi è arrivato con David Riondino con cui ormai fanno coppia fissa in teatro e in tv. La serie “Non si batte il classico” che va ormai avanti da tre anni sulla Radiotelevisone di Stato sammarinese è un esempio di tv intelligente che si può fare senza attingere a budget mostruosi che – come spesso accade in cucina per le salse – servono poco a coprire i cattivi sapori.

    Una serata atipica per il mondo Rotary ma che ha messo a fuoco tante cose. Il meccanismo inspiegabile, imprevedibile, della risata umana, in tempi dove l’ansia è una costante cronicizzata. Dario che è un ipocondriaco mondialmente riconosciuto e che sostiene di essere lui a avere inventato l’ansia, ha una frequentazione pressoché quotidiana con il pronto soccorso della città in cui si trova per lavoro o per diletto. Riondino racconta con sottile e raffinato sadismo le volte in cui Vergassola si è autospacciato per morto, inseguendo malattie che regolarmente lo rifiutavano a lunghissima distanza. Sono due amici e sono due artisti che sanno capire il pubblico, lo sentono a pelle, e quando serve, inventano sul momento, forti di una antica tradizione teatrale la situazione. E’ un’arte difficile che richiede una grandissima maestria quella dell’improvvisazione e ne sono entrambi maestri.

    C’è una scena storica del cinema italiano per rendere chiara quest’antichissima arte dell’improvvisazione. me la raccontò Sergio Corbucci giovanissimo assistente di Steno in un film che ancora oggi è divertente e geniale. Si tratta di  “Letto a tre piazze”, con Totò e Peppino De Filippo, entrambi in forma smagliante. La storia è la solita pochade. Totò torna dopo tanto tempo, reduce dalla Campagna di Russia, e trova la moglie sposata con Peppino. Scattano una serie di equivoci finchè la sera tocca decidere chi dorme con la bigama involontaria. Alla fine si decide che i due dormono insieme e la congiunta dorme da sola. Loro entrano nella stanza da letto e si mettono a dormire. Qui, raccontava Corbucci, la scena nella sceneggiatura era previsto che finisse. Doveva durare pochissimo insomma. Invece. Invece due attori come loro si impadroniscono della scena e inventano una gag totalmente imprevista da tutti. Corbucci raccontava che a un certo punto l’operatore dalle risate fece ballare per un istante la camera e dovettero intervenire in montaggio per coprirlo. 

    Far ridere è il regalo più bello che si possa fare, questo è indubbio e è un grande dono per chi lo possiede e lo sa regalare, come appunto Riondino e Vergassola.