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Logbook 366 – A letto presto

Sergio Leone con “C’era una volta in America” ma anche Ridley Scott in “Blade Runner” e tanti altri. Il rapporto fra produttori e registi è sempre stato complesso. C’è la scuola americana dominante da sempre perchè in fondo la settima arte è diventata una loro specialità, grazie alla componente ebraica che agli inizi ha saputo mediare come sempre fra capitale e cultura, e poi la scuola italiana dei produttori che potrebbe essere rappresentata da Peppino Amato, mito assoluto degli anni ‘50. 

Bravissimo e ignorantissimo, Amato aveva naso soprattutto per i soldi per arrivare ai quali il cinema era solo mero strumento. Protagonista del Prontuario d’italiese, frasi che Flaiano raccoglieva e pubblicò con attenzione certosina, Peppino Amato si esprimeva in modo diciamo creativo. Diceva “in quanto a idee politiche io e lei siamo agli antilopi”, per esempio. Oppure, “ho dovuto farmi una iniezione sottocatania” eccetera. Ignorante ma oltre Totò e Don Camillo, produsse la Dolce vita felliniana proprio perchè il mestiere suo lo conosceva.

I produttori americani, ovviamente, anche loro sono attentissimi ai soldi – anzi di più, se possibile – ma mentre la cultura umanistica europea trattava i produttori come gli artisti nel Rinascimento trattavano i mecenati, i produttori americani sanno perfettamente per antica tradizione che gli artisti moderni – dove talento e tecnica diventano relativi se non dannosi – passano mentre i soldi restano e comandano il gioco. 

Capita quindi che Sergio Leone veda il “suo” capolavoro massacrato dal montaggio fatto dal produttore che, altrettanto convinto, vede il film come “suo”, e ne faccia una malattia che non so fino a che punto lo abbia condizionato successivamente. Stessa vicenda, non a caso per un altro genio europeo, Ridley Scott che vide Blade Runner non capito e stravolto dalla produzione. 

Solo il tempo restituendo al pubblico gli originali firmati dai due registi, ha fatto capire che la ragione era dalla parte dell’autore e non del produttore. Blade Runner che era diventato incomprensibile nella sua prima edizione diventa il capolavoro che è nella edizione che sarebbe dovuta essere originale, più chiara, lineare, cinematografica. Stessa vicenda per Leone e il suo di fatto ultimo film firmato come regista.

“C’era una volta in America” è una specie di Cappella Sistina, di Pantheon, troppo grande per essere compreso immediatamente. Capì l’aria e si mise a fare il produttore di successo anche se il primo a raccontare come riuscisse a inserirsi da artista nel film è Carlo Verdone, ricordando il set di “Bianco rosso e Verdone”. Inseguiva il sogno dell’assedio di Leningrado, memore forse delle corrispondenze di Malaparte che forse aveva letto da ragazzino ma ancora una volta i produttori di cui aveva bisogno si chiamarono indietro. È morto a sessant’anni e sarebbe stato molto opportuno per tutti se avesse avuto molti anni ancora.

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