Incontrai Giorgio Squarzino qualche vita fa in Valle d’Aosta. Era il mio primo incarico in Rai e dirigevo la sede regionale con l’interim di capo struttura dei programmi radiotelevisivi. Squarzino era stato uno dei primi assunti nella sede appena nata che era stata affidata a Roberto Costa, uno dei migliori professionisti che abbia mai avuto la Rai. Giorgio era entrato nella Struttura Programmi con Carlo Rossi e Maria Luisa Di Loreto – o subito dopo di loro – costituendo il nucleo storico degli autori di programmi che sarebbero diventati bravissimi nel raccontare la montagna e le montagne valdostane.
Giorgio Squarzino era molto legato alla montagna, alla sua cultura e alla sua tradizione. Ne aveva visto le ultime tracce prima dello stravolgimento turistico e erano i vecchi montagnards – di solito nei villaggi più isolati – quella con cui si trovava in miglior sintonia.
Parlava poco, guardava e pensava molto, era una persona buona e rigorosa. Non si fidava ma quando poi si fidava diventava un prezioso aiuto. Non eravamo amici – tante le ragioni – ma c’erano stima e rispetto, nonostante la diffidenza che provava per un direttore troppo giovane e pure romano.
Quando ci fu l’occasione di un reportage in Patagonia sulle orme di Bonatti, glielo proposi subito. Rimase in silenzio a lungo, guardandomi come faceva lui da sotto in su. Poi mi disse che non sapeva se avrebbe potuto farcela e dovetti rassicurarlo. I fatti diedero poi ampiamente ragione a me e me ero sicuro.
É scomparso poche settimane fa, sapendo che non ne aveva per molto da gennaio scorso. Giorgio Squarzino era una persona buona che aveva sensibilità e orgoglio, che amava la montagna e la sua gente. Resta in fondo alla memoria il suo sguardo attento a capire, a cercare. Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà aiuto?.
