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Logbook 381 – Salvatore e una sera

Ci sono momenti in cui dici ora-lo-chiamo e invece non puoi chiamarlo perché quel qualcuno non c’è più da tanto tempo. Capita a chi gira molto, perdere i contatti e, quando qualcuno cui sei legato scompare, magari lo scopri da un messaggio o da un articolo sul giornale. Allora rimani lì e non ti rendi mai conto veramente che quella persona non c’è più.

Privilegio dell’età ricordare amici scomparsi e ricordandoli continuare a farli vivere in qualche modo perché la morte é solo dimenticanza. Oggi stavo per prendere il telefono e chiamare Salvatore ma Salvatore non c’è più da molti anni. Negli anni ottanta era una delle persone che mi aveva accompagnato in una formazione difficile e complessa. Già ex giovanissimo regista di successo, inventore di generi che altri poi avrebbero trasformato in business, Salvatore era di una timidezza mostruosa tranne quando era sul set e allora diventava un altro. Rapido, sicuro, geniale, usava il cinema con la fantasia e l’intelligenza di chi era cresciuto in quelle sale cinematografiche avvolti nel fumo delle sigarette. C’erano sale dove tra il primo e il secondo tempo il soffitto si apriva e nuvoloni di fumo partivano verso il cielo mentre la nuova aria fresca rianimava gli spettatori.

Salvatore non era altissimo, tutt’altro, e vestiva sempre in jeans rigorosamente Levis, camicia blu e golf blu a V, Timberland da barca marroni. Non credo di averlo mai visto vestito diversamente. D’inverno metteva un giaccone blu da marinaio – un caban – ma il look era sempre lo stesso ovunque, anticipando un po’ lo stile di Marchionne.

Aveva avuto successo troppo presto, giovanissimo. Soldi, prestigio intellettuale, donne, fama, insomma a 25 anni aveva raggiunto tutto quello che si poteva chiedere al suo mestiere, un mestiere che amava moltissimo. Poi la crisi del cinema, gli anni scarsi di voglia di idee poi improvvisamente il nuovo filone delle fiction TV e di nuovo un successo incredibile, l’ultimo finale, perché sapeva raccontare storie con le immagini. 

Gli ero molto legato e lui mi considerava una specie di fratello minore difficile da capire, come in fondo era anche lui. Il suo e il mio carattere non ci hanno mai aiutato a frequentare salotti buoni, televisivi o meno. Lui li disprezzava pesantemente e allora scattava quella ironia tagliente, cattiva, feroce che esplodeva anche in molti dei suoi film rendendoli unici. Vorrei sentirlo ora, magari con la voce affettuosa, magari un po’ impastata dall’ultimo whisky, che mi dice passa-di-qua-che-ti-aspetto.

Era sera e scendevamo da Via Balbo verso via del Viminale. Era sera, una sera fra le più difficili della mia vita. C’era lui e c’era Giancarlo. Camminavamo in silenzio tutti e tre perché nessuno di noi sapeva cosa dire quando un macigno sembra schiacciare un amico. Poi Salvatore ruppe il silenzio, quasi davanti alla scuola ebraica, e mi disse borbottando piano, quasi stesse finendo un suo ragionamento interno, “comunque se io fossi lui, vorrei due genitori come voi”. Il lui in questione sarebbe nato poche settimane dopo e oggi ha più di trent’anni. Ecco forse Salvatore aveva il dono di dire la cosa giusta al momento giusto nel modo giusto e questo é forse il senso di essere artisti.

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