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Logbook 394 – Una cravatta

Trent’anni sono un concetto strano. Se ne hai venti, sono un’epoca, ma quando gli anni cominciano a essere tanti, tutto ti sembra niente, scivolato via in un attimo. Sono trent’anni che Domenico Modugno é scomparso e a me sembra ieri. Ci conoscemmo quando, dopo il suo ictus, si avvicinò a Marco e ai radicali oppure fu Marco che si avvicinò a lui. Non ricordo più e forse si incontrarono a metà del ponte ma in ogni caso si capivano al volo.

Una serie di immagini sparse riaffiorano nella memoria. Rivedo una una visita in un carcere siciliano per malati psichiatrici in cui entrai con lui e Franco Corleone, un ricordo nero di angoscia. Più serena la sera in cui Michele celebrava forse i vent’anni di Goal di Notte e all’Eliseo in Via Nazionale aveva organizzato uno spettacolo veramente non male. Mi chiese se potevo invitare io Modugno e lui accettò con piacere così lo intervistai sul palco e venne fuori una cosa molto bella. 

Andai a prenderlo nella sua villa sull’Appia Antica. Parlammo un po’, prima di uscire perché non ci vedevamo da qualche mese. Poi quando arrivò l’ora di andare, mi chiese sorridendo se potevo fare il nodo alla sua cravatta. Sorrisi anche io, la indossai, feci il nodo e lo aiutai a metterla, già annodata. Stupidaggini, certo – piccole cose,  sicuro – ma che possono contare molto in certi contesti se sei Domenico Modugno e la cravatta da solo non puoi più annodartela e un giovane amico é orgoglioso di poterti aiutare e di non averlo dimenticato. 

Poi la campagna a Catania  – ma qui ne abbiamo già parlato – con il pianoforte in fondo al salone, entrando a sinistra, in penombra, dove tentava qualche sera, nei rari momenti di pace, i primi nuovi accordi, quasi curiosamente. 

Trent’anni e il coraggio di affrontare la vita e i suoi chiaroscuri, come lezione data e da dare.

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