Se aprile è il più crudele dei mesi, forse agosto è il più pietoso, almeno per le persone che hanno smesso di aver voglia di correre la giostra del circo della vita perchè ne hanno ormai abbastanza. Cosi questo agosto accompagna anche Lino Jannuzzi per scendere da una giostra che non lo appassionava più da molto tempo. Bello il ricordo sul Foglio di Giuliano Ferrara e era bello anche vederli e ascoltarli insieme, al tavolo d’angolo di Fortunato, un tavolo tondo – una tavola rotonda, meglio – e in cui ci potevi trovare chiunque con Lino che faceva da anfitrione perchè in fondo considerava Fortunato al Pantheon il suo club personale.
Lino lo ricordo bene. E’ stato il mio primo direttore e prima ancora animava TEMPO ILLUSTRATO insieme a Carlo Gregoretti, dove pubblicai i miei primi articoli. Insomma e per capirsi, gli sono molto legato anche se all’interno della redazione di Radio Radicale – quando venne a dirigerla – non ero nel suo gruppo di fedelissimi ma più in quello di Marco con cui era in forte antagonismo. Lino era geniale, intuiva subito la notizia e il relativo retroscena, con un naso incredibile. Quando era in palla te ne accorgevi perché il grido che arrivava dalla sua stanza era “Ciccio, vammi a comprare le rotmàns”. Ciccio che poi era l’allora giovanissimo figlio Francesco che lo accompagnava, lo seguiva e nei momenti di emergenza partiva. Lino attaccava a fumare come una locomotiva. e a telefonare come un intero call center.
Con Marco il rapporto era singolare. Sono stato personalmente – e non solo io, visto che la cosa era piuttosto frequente – testimone diretto di spietati diciamo confronti fra loro, dove il tono di voce arrivava non raramente a sei isolati di distanza, terrazze comprese. Marco volava a quote che per Lino erano assurde e politicamente pericolose, fino a un congresso al Parco dei Daini di Villa Borghese – non ricordo più neppure quando – che finì per somigliare molto a una sfida all’OK Corral.
Una volta, molto tempo dopo, Marco e io aspettavamo l’ennesimo aereo che da Catania ci avrebbe riportati a Roma. Eravamo seduti davanti al gate, spalle al muro in relativamente (da parte sua) paziente attesa. Cominciammo – non so come – a parlare di Lino. Guardai Marco e gli chiesi come loro due facessero a capirsi, diversi come erano. Lui, le rare volte che voleva, aveva il dono della sintesi e lo sapeva usare perfettamente . “I fratelli non si scelgono” mi rispose, liquidando così l’argomento.
