Strana natura, quella del giocatore e senza scomodare Dostoevskij o il cinema americano, perchè il fenomeno è molto più antico. In fondo, c’è da dire che mai come in tempi e luoghi di crisi, si faccia affidamento sulla sorte, a’ sciorta napoletana, forse per mancanza di fiducia o per mancanza di meglio.
Il fatto è però che i veri giocatori sono persone che hanno il gioco nel loro DNA e lo hanno anche se non toccano mai una carta. Il gioco è dipendenza, certo – ma per altri, non per loro – perchè per loro è natura. Dai casinò internazionali agli squallidi bar di periferia, infatti non è raro vedere, ipnotizzate, povere anime davanti alle slot-machine che le hanno ormai divorate. Non è raro vedere neppure, ai tavoli verdi di esclusivissimi club, giocarsi fortune o feudi, come si diceva una volta nel sud italiano che di circoli e tavolini se ne intendeva parecchio.
Il giocatore vero però è altro. È quello per il quale ogni occasione, anche la più stupida, diventa una sfida con sè stesso ma soprattutto con una entità esterna a lui, forse con la E maiuscola, con la quale è in competizione dalla nascita. Siccome poi la regola del gioco è che a volte si vince, a volte si perde e ilresto è fortuna, partita finisce – per ricordare il genio di Boskov – quando arbitra fischia, anche se in questo caso, per la verità, il fischio finale è quello della lama dell’antica falce. Che poi è il fischio che da una vita aspetta, con un corteggiamento eterno, il suddetto giocatore genetico.
Il gioco per lui e per loro, infatti, è perpetuo e continuo; solo abituarsi a questo modo di giocarsi la vita, lo rende in qualche modo vivibile, nel più proprio senso del termine. Il giocatore, di altri modi per vivere, non ne conosce, non esistendo per lui un Piano B. L’unico Piano B che ha sottomano, infatti, resta sempre e solo quello di migliorare il Piano A, come si dice in questi casi.
