Domenica in Val Maira che Ivana e Ornella – attente e rigorose ascoltatrici della rassegna stampa – mi avevano più volte invitato a vedere o meglio (come purtroppo è ormai fatto costante di chi viaggia molto) a intuire.
La Val Maira è una stretta magnifica ferita che dalla pianura arriva fra montagne bellissime fino alla Francia. Sono le montagne e le Valli Occitane per storia e tradizione, luoghi splendidi e duri, difficili, molto scomodi per quel turismo da selfie, concentrato più sullo spesso penoso e nevrotico fotografarsi piuttosto che sul fotografare ciò e chi è intorno.
In auto – rigorosamente e ragionevolmente Panda 4×4 – saliamo verso le cascate considerate dagli esperti fra le più belle del mondo. La speranza è che buttino perchè tutto è legato al lago sovrastante che lassù in quota alimenta cascate e il torrente che diventa poi fiume.
Arriviamo e la Rocca Castello appare come una fortezza costruita dalla montagna, improvvisa e sola. Altissima in una forma e in una pietra diversa dalle altre, la Rocca Castello è anche un monumento alla diversità e alla estraneità integrata in un contesto che sembra non appartenerle e di cui invece fa aprte integrante. Anche questo la montagna lo insegna a chi ha occhi per vederla e orecchie per ascoltarla.
“Alzo gli occhi ai monti” – il Salmo 120, il più bello – e vedo le cascate ci sono e le acque precipitano giù dal lago altissime. La natura insegna ancora una volta l’umiltà, lezione disperatamente vitale in tempi come questi.

