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Logbook 467 – Una domenica particolare

Franco Insardà sul Dubbio e prima ancora Sandro Parenzo sul Foglio, mi riaprono una vecchia storia e tracce di memoria di una domenica non normale. Per Toni Negri quella infatti fu l’ultima domenica italiana da parlamentare. La trascorremmo insieme lui e io in un piccolo appartamento fra Viale Jonio e Via Fucini. Ce lo aveva messo a disposizione una persona affidabile perchè quella domenica doveva passare in sicurezza fino alle sei del pomeriggio quando sarebbe venuto qualcun altro a prenderlo per portarlo a Riva di Traiano e da lì in barca a vela in Corsica. Toni Negri fuggiva da un Paese che prevedeva dodici anni di carcere preventivo. Dodici anni.

Ci eravamo conosciuti quando seguivo il Processo 7 Aprile al Foro Italico e poi meglio quando era uscito da Rebibbia come parlamentare eletto. Si fidava di me e a me piaceva la sua intelligenza e la sua cultura. Marco mi aveva chiesto di dargli una mano nei primi passi fuori da parlamentare e a quei tempi Montecitorio lo conoscevo molto bene.

Ero in tribuna stampa, alla prima giornata di quel Parlamento. Negri si era seduto in alto, ai banchi dell’estrema sinistra. Presiedeva la seduta il Presidente Scalfaro, grande presidente d’aula, che riuscì persino a fermare le ondate di parlamentari missini che si lanciavano dal lato opposto dell’aula cercando di travolgere il muro dei commessi. Fu proprio Scalfaro a riportare l’ordine e a spegnere la tensione, usando – come usava sempre – anche il senso dell’umorismo.

Insomma quella domenica fu particolare. Ci eravamo dati appuntamento nel garage di Teleroma 56 alle 10 del mattino. Gli diedi un casco, obbligatorio per legge e utile per evitare riconoscimenti, poi con la mia moto – forse l’Honda 400 four – andammo nel piccolo appartamento a aspettare il tramonto. Toni era teso ma convinto di quel che faceva. Io ero convinto che sarebbe stata una fuga gestita politicamente così come ero certo che quella fuga avrebbe fatto gioco in primo luogo alla politica italiana che avrebbe trovato imbarazzante accompagnare ogni giorno un deputato in carcere dopo ogni seduta. Il Processo 7 Aprile era ancora considerato una fortezza e non la discarica giuridica che si sarebbe poi rivelata ma che l’accusa scricchiolasse non poco lo sapevano in parecchi.

Parlammo e leggemmo a lungo per ammazzare il tempo che scorreva lentissimo. Quando fu ora, uscii per andare a prendere un vassoio di tramezzini dallo Zio d’America, uno dei locali storici di una Roma che scompare. Mangiammo poi tornammo a aspettare. Lui parlava del carcere ma non del futuro. Voleva andarsene e non si fidava più di questo Stato, dopo gli anni di detenzione nei bracci speciali in attesa di un processo, da detenuto in attesa di giudizio.

Quando fu ora suonò il citofono. Si mise una improbabile sciarpa settembrina e uscì. Lo rividi anni dopo a Parigi per una intervista televisiva anni dopo realizzata per Odeon che come tante cose non credo esista più. Mi scrisse poi lettere – rigorosamente a macchina tranne la firma – che ho ritrovato in un suo libro nella mia biblioteca. La memoria, scrive Seferis da qualche parte, dove la tocchi duole. A volte, Seferis ha ragione. 

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