Qualche giorno fa, durante la diretta radiofonica, mi è capitato di condividere con chi ascoltava la rassegna stampa, un termine che Marco utilizzava raramente ma sempre con chirurgica precisione.
Ricordo una volta – particolare per contesto e soggetti – che potrebbe essere emblematica per capirsi. Alcuni amici, sui social, mi hanno infatti chiesto (divertiti, in merito) chiarimenti e allora eccoci qui.
Era notte all’aeroporto di Abidjan mentre aspettavamo il volo per Parigi. Oltre Marco, seduti ai tavolini di uno dei caffè dell’aeroporto, c’eravamo Gianfranco Dell’Alba e io. Faceva parte del nostro gruppo anche Giovanni Negri che però, in quel momento, credo fosse in giro insieme ai miei due operatori, per improbabili acquisti nei vari duty-free.
Tornavamo da un incontro a Ouagadougou con Thomas Sankarà e aspettavamo a Abidjan il volo – previsto per le due di notte – che ci avrebbe portato a Parigi e poi in Italia. Marco dormiva, con le gambe allungate nella poltroncina del bar mentre Gianfranco leggeva un giornale africano in francese. Io ero indeciso se fare come Marco o invece seguire Gianfranco e mettermi a leggere il libro che avevo in tasca.
Marco dormiva, dunque, con la sua assurda capacità di dormire a comando, roba che ho visto fare solo ai militari nei teatri operativi. Poco lontano, ai tavolini di un altro bar, c’era un consistente gruppo di italiani, reduci da qualche villaggio turistico, abbronzati, stanchi e allegri, anche loro in attesa del volo per Parigi, per rientrare in Italia.
A un certo punto uno di loro si accorse di noi. Era il tipico soggetto che ricordo poco ma che mi sembrava scappato da un film dei Vanzina – eravamo a metà degli Anni 80 – o di Carlo Verdone. Il tizio, infatti, nei giorni precedenti, doveva aver assunto con il suo gruppo il ruolo caratteristico e insopportabile del “simpatico cazzeggione”, dell’anima del villaggio. Accortosi dunque di noi, cominciò a voce sempre più alta a parlare di Marco, tentando battute improbabili. Solito ciarpame squallido anche dialetticamente, intendiamoci. Altro che digiuni – diceva – quello mangia eccome (cosa peraltro sacrosanta, visto che nei momenti in cui non digiunava, Marco era una idrovora) e via di seguito, sempre più offensivo per cercare una qualche risata dei suoi compagni di vacanze.
Marco dormiva. Il tizio intanto continuava a insultare a distanza, sempre più pesante, mentre i suoi vicini cominciavano a essere palesemente imbarazzati per la volgarità e la gratuità della scena. Il cazzeggione però non se ne rendeva minimamente conto. Intendiamoci, non era Einstein.
Gianfranco – con il suo perfetto caratteristico stile british – continuava a leggere ma il colorito chiarissimo del suo viso cominciava a tendere al rosso. Io, invece, nero del sole africano e già stanco di mio, cominciavo a entrare in pressione. Marco dormiva.
La sgradevole scena durò qualche minuto finchè, in una lingua che avrebbe potuto essere francese, l’altoparlante chiamò il nostro volo. Ci alzammo tutti e tre. Marco tirò su a puntate il suo metro e novanta per i suoi centoventi chili, e si stirò. Poi si ristirò, prese la sacca da viaggio – non ricordo di averlo mai visto con un trolley ma potrei sbagliare – se la mise in spalla e si diresse verso il gate. Noi lo seguivamo.
A fine corridoio, Marco si gira verso i tavoli dei vacanzieri e, con un tono di voce interregionale, si rivolge al cazzeggione che ci aveva allietato per quel po’ di tempo. “Egregio signore” dice senza la minima rabbia ma come se stia comunicando a voce altissima una preziosa informazione “lei è un emerito stronzo”. Dopo di che si gira, sorridendo con quel suo sorriso da boa constrictor in queste circostanze, e si avvia verso l’imbarco. Gianfranco e io ci guardiamo, alziamo le spalle entrambi e lo seguiamo.
Sul volo, più tardi, venne da noi una delegazione dei vacanzieri a scusarsi e Marco si mise a chiacchierare divertito con loro. L’emerito stronzo, seduto da solo in fondo all’aereo, aveva una faccia che oggi non esiterei a definire da Trump. Direi proprio esattamente da Trump.
