Il mondo si divide in due. Quelli cui se chiedi loro se hanno letto “La vita davanti a sé”, ti guardano con occhi fra compassione e malcelato disprezzo. Gli altri, invece che ti guardano con l’occhio a gufo reale, perplessi e ignoranti.
Perché quel libro è uno spietato spartiacque. Lo lessi alla fine degli anni 70 e mi lasciò senza fiato. Lessi poi gli altri libri che seguirono di quello sconosciuto e inconoscibile Emile Ajar ma non era più la stessa onda perché quello era un libro toccato dalla magia della scrittura. Poi anni dopo scoprimmo che Emile Ajar era uno degli ultimi giochi di Romain Gary e tutto sembrò tornare normale.
Lo regalo poi lo rileggo – ventesima volta in entrambi i casi? – e resta il libro che mi piacerebbe avere scritto o aver saputo scrivere o anche solo immaginare. Cinquant’anni fa e resta universale quindi di una attualità tragica e definitiva.
Silvio Orlando lo ha portato recentemente in teatro. Mi dispiace non averlo potuto vedere. Sicuramente per Orlando e per il testo rappresenta una occasione unica in teatro.
