Un po’ di febbre e Simenon da sempre é una cura che, almeno a me, funziona. La magia dei libri – quelli veri cioè i bei libri – resta quella di oltrepassare tempo e spazio e Simenon é una magia a leggerlo oggi come cento anni fa. Se sei a letto con la febbre poi meglio ancora.
Scrittore di atmosfere e di persone, Simenon lo ritrovi regolarmente come il vecchio golf di lana pesante che a ogni inizio inverno rispunta improvvisamente fuori e fa piacere che sia così. La frase di Simenon è sintetica ma dice tutto. Leggerlo in francese, quando capita, dà poi un ulteriore piacere. Bisogna dire comunque che i traduttori italiani di Georges Simenon gli hanno sempre fatto onore, in quella ricerca della parola esatta che un traduttore bravo sa onorare.
I primi Maigret me li prestavano due anziane signorine che vivevano nel palazzo. Erano pagine segnate dal fumo delle loro sigarette, che letteralmente bruciavano una dopo l’altra. Sembravano, a ben vedere oggi, anche loro due personaggi evasi da uno di quei libri con la costa di tela e l copertina colorata. Poi venne Gino Cervi e la TV. Le copertine diventarono capolavori perché a dipingerle nelle nuove edizioni era un artista assoluto come Ferenc Pinter, che andrebbe meglio ricordato e conosciuto.
Con pochi tratti, Pinter raccontava l’intero libro, giocando su ombre e colori. Era ungherese di fatto – anche se nato a Alassio ma ben presto tornato con il padre in Ungheria – altro che quel pupazzone pericoloso di Orban. Pinter era un ungherese come Endre Friedman che divenne Robert Capa con l’aiuto di Gerda Taro, rivoluzionando il reportage fotografico. Oppure come Arthur Koestler con la sua universalità e la vita che si confondeva con la scrittura. I romanzi di Simenon – magari con le copertine di Pinter – sono un regalo per chi legge che si rinnova magicamente ogni volta.
