Al bar del piccolo centro dove vivo – bar che è a sua volta di fatto il centro del suddetto piccolo centro, a poca distanza dall’ultima residenza di Cagliostro – un signore anziano che non conosco mi sorride e mi chiede se è vero che cerco una R4. Confermo la cosa ma aggiungo che ho trovato pochi mesi fa a Civitavecchia una Panda del 1999 che mi diverte molto. Ho avuto tante auto ma mai una Panda e la regola dei vecchi marinai che quel che non c’è non si rompe, sulla Panda è applicata rigorosamente.
Il mio interlocutore rimane da un lato deluso, dall’altro soddisfatto, perchè la Panda lì a Chiesanuova è una bandiera, un passaporto, un segno inequivocabile di appartenenza al territorio e al passato. Quella d’ordinanza dovrebbe essere verde con qualche chilo di ruggine e mai – assolutamente mai – 4×4 che è da fighetti tipo l’Avvocato che a Villar Perosa ne aveva intestate undici. La mia quindi non è nè può essere 4×4 ma è grigia e deve farsi perdonare, oltre i finestrini elettrici e lo stereo, un improbabile impianto antifurto che non ho idea neppure di come si accenda.
Il mio gentile interlocutore del bar ci pensa un po’ su, approva, poi mi comunica che in ogni caso una R4 ci sarebbe in vendita ma che pazienza, lui capisce. Si sente che fra le due auto, il suo cuore è in difficoltà. Negli anni 70 mia moglie che non ricordo neppure se era già tale, aveva una R4 paterna che sostituiva la sua immortale 600, altro mito con portiere a vento. La portavo anche io. Non dimentico quel nevrotico cambio a ombrello e quei sedili la cui comodità ritrovai sui C130 dell’Aeronautica che facevano da autobus di linea fra Herat e il mondo, con la differenza che sulla R4 non ti dormiva addosso un carabiniere di novanta chili e tu non dormivi addosso a un Dimonio di centoventi.
Così rinuncio a malincuore alla R4 – Michele Serra ne scrisse a lungo e bene (vedi sotto) – anche se la Panda merita mi sa che è meglio. E qui parte la rissa.
Lamento in morte della R4
di MICHELE SERRA
Signor Renault, ma con quale diritto
lei manda a morte questo essere umano
questa ragazza in forma di meccano
questo ragazzo a ruote, questo guitto
prodigioso, capace di parlare
il finlandese a Tripoli, l’inglese
in Catalogna, l’Italiano a Praga
sporca di neve discendere al mare
sporca di sale andare alle distese
verdi, alla pianura, alla strada?
Reincarnazione dei monaci camminatori
che fecero l’Europa trasportando parole
sorella in spirito dei negri portatori
coi piedi nudi duri come suole
primo esempio di replica industriale
dei mocassini degli indiani Seminole
assemblea permanente, scopatoio epocale
valigia a motore, letto, ospedale
teatro di piazza, vibrazione vitale
rompischiena e raddrizzapaesaggi:
la Renault Quattro, signor “Muoversi oggi”
già si muoveva quando lei era fermo
prima che questo secolo raffermo
dimenticasse ragione e sentimento
che muovono davvero il movimento.
Sapeva di latta, di stoffa, di bulloni
la scatola ingegnosa, risultato
di una sfida tra opposte concezioni
di utilitaria: questa era il quadrato
l’altra, la Due Cavalli, il tondo
le due vecchie filosofe di Francia
che hanno spiegato i chilometri al mondo.
Noi avevamo l’eleganza della Lancia
la potenza dell’Alfa, la Ferrari
altri uragani di vernice e fari
ma nessuno riuscito ad emulare
il genio trasandato dei francesi
la nonchalance di quel caracollare
dentro la terra fatta di paesi.
Signor Renault, spero che al funerale
della Erre Quattro, mentre lei pronuncia
la sua orazione contrita e solidale
accompagnata dalla mesta denuncia
delle implacabili leggi di mercato
si levi dalla tomba la defunta
e con decrepito sforzo scatolato
in fuori-fase, con la marmitta unta
sfili lontano, verso l’orizzonte
lasciando sull’asfalto le sue impronte
intelligenti, sensibili al vento:
le Michelin modello Novecento
