Logbook 361 – Bar Matilde, dal 1979

Non capisci questa Roma se la mattina all’alba – dopo le cinque ma assolutamente non molto dopo – non ti ritrovi, con la testa già sui quotidiani del giorno che aspettano in radio, appoggiato al bancone del bar Matilde davanti a un caffè e a un fiocco appena sfornato. Il bar Matilde vanta pubblicamente la sua apertura ben dal 1979 e tu che sei del 1954 non rimani particolarmente colpito dalla notizia in sè. Si può fare di meglio, e che diamine. Il 1979 te lo ricordi bene. Ti sei laureato e ti sei sposato e tutto in quella primavera, figuriamoci se non te lo ricordi. Come ieri.

Il bar Matilde comunque apre molto presto e è l’unico a farlo nella Piazza dei Cinquecento, sotto i portici che guardano la Stazione Termini. È anche l’unico dove non si parla l’italiano cantilenato dei cinesi che ormai controllano tutti gli altri bar. Piazza dei Cinquecento e risento la voce lontana di Gigi Magni che con tono inquisitorio mi chiede, forse in tv o a Via del Babuino, se so chi sono i cinquecento che danno il nome alla piazza. Annaspo e lui mi regala con signorile disprezzo la risposta che trattasi dei cinquecento di Adua. Apprezzo adeguatamente la cosa e d’altronde gli voglio troppo bene per i film che ancora oggi riguardo con piacere, anche se so che ho perso qualche punto della sua stima per colpa di Menelik.

Tornando al bar Matilde, quella è l’ora in cui la Roma che dorme nelle coperte sotto i portici, si risveglia e si confonde con chi sta andando a lavorare, davanti al bancone. Pagano tutti e forse quei pochissimi che non lo fanno il caffè e una brioche la recuperano lo stesso grazie a qualche cliente che con discrezione fa un gesto alla cassiera o direttamente dai baristi. Sono due romani eredi della Roma papalina del Belli, tatuati e tifosi che commentano e salutano, che intervengono e lavorano, ma soprattutto – ligi a una delle leggi vigenti in pubblico a Roma – urlano, gestendo senza sbagliare le ordinazioni bofonchiate nel sonno da clienti con gli occhi a mezz’asta. Alla cassa una donna ha l’accento sardo e i modi romani. Controlla, gestisce, in caso di emergenza molla rapidamente la cassa e va a dare una mano al bancone.

Roma è tutta qui e un caffè all’alba al bar Matilde, sempre dal 1979, può raccontare molte cose che centomila sondaggi o inchieste non riuscirebbero a far capire. Se fossi il sindaco di Roma – un sindaco vero tipo Gigi Petroselli – una volta la settimana ci andrei all’alba per il caffè e poi me ne andrei lento pede verso il Campidoglio per Via Nazionale, le mani in tasca e la testa per aria (ma gli occhi bassi perchè buche e monopattini sono in agguato) mentre comincia a fare giorno. 

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