Ci sono tanti modi per ricostruire il tempo trascorso. Un appassionato di musica può pensare alle copertine degli lp che si sono accumulate nel tempo mentre un tifoso di calcio i giocatori e le partite della propria squadra. Fra i tanti fili che costituiscono un percorso di vita, ci possono essere anche le moto.
La prima fu un Gilera 150 Arcore (ovviamente rosso a differenza di quello blu che era il 125 e 4Hp credo più di quella di Battisti che peraltro oggi penso avrebbe qualche problema sul politically correct). La ritirai nuova, appena compiuti i diciotto anni, dietro la Rai a Via Vodice, di fronte a Via Asiago. Mi sembrava allora enorme ma alla luce dei fatti non lo era, oltre a essere l’unica che comprai nuova.
La utilizzai a lungo fino a che arrivò un Ducati Scrambler 250 azzurro e cromato, bellissimo ma ingestibile. Regolarmente, ragazze e non solo ragazze lasciavano ettari di pelle sulle marmitte. Per farla partire poi bisognava usare con maestria un decompressore che poteva farti saltare una caviglia a usarlo male. Sul lunghissimo rettilineo che porta all’ingresso dell’autostrada per Roma Nord, si inchiodò il motore mentre partivamo con la mia futura moglie per una vacanza al nord che saltò insieme al motore. Riuscii a staccare per miracolo la frizione e accostare, moto carica in due e centoventi orari. Lei credo che se lo ricordi ancora.
E quindi arrivò il periodo giapponese. Honda 400 Four, poi la 500 e infine la 750 Bol d’Or, moto straordinaria. Poi infine in Germania con il K100 e l’R80. Dopo una corsa da Bologna a Aosta con la schiena a pezzi, mi fermai al concessionario valdostano, a due passi dal piccolo aeroporto, lasciai l’R80 che comunque era una gran moto e presi ancora un BMW ma era il C1, uno scooter cittadino per il quale non serviva il casco e era coperto – una specie di edicola ambulante – ma che in città era fondamentale per sopravvivere. Intorno alla Rai, a Viale Mazzini, il parcheggio ha caratteristiche bipolari. Dalle 8 del mattino alle 7 di sera il delirio, poi il vuoto assoluto. Quando lasciai Roma, il C1 non mi serviva più e lo vendetti a un sottufficiale dei carabinieri di stanza a Fano. Poi basta.
È dunque da tanto che non salgo più su una moto ma qualche volta ritorna la voglia di prendere una moto e partire per queste strade, su e giù per l’Appennino Tosco – Romagnolo. Il Montefeltro – come peraltro la Valle d’Aosta – è il paradiso dei motociclisti ma poi la pigrizia prende il sopravvento. Grazie al cielo.
