Kimia Yousofi, una velocista, e Manizha Talash, atleta di breakdance, non hanno vinto nulla, anzi una per la verità è stata squalificata. Eppure gli striscioni per i diritti delle donne e non solo delle donne in Afghanistan – striscioni che hanno messo in imbarazzo i tristissimi squallidissimi burocrati olimpici – sono un segno indelebile. Hanno avuto e hanno coraggio e non è il coraggio della disperazione ma il coraggio della speranza.
Abbiamo infinito responsabilità per quello che sta succedendo oggi in Afghanistan. Siamo stati lì vent’anni, ci siamo e li abbiamo illusi che la democrazia potesse essere eterna, abbiamo dato fiato e speranza dopo che il mondo era piombato nelle tenebre dei talebani e dell’integralismo per poi finire per vedere le disonorevoli immagini di una fuga selvaggia e priva di dignità. L’Italia ha peraltro pagato il suo prezzo anche di sangue per cercare di portare libertà e cultura della libertà a quel popolo. Quelle disonorevoli immagini hanno rappresentato in quel momento l’intero l’Occidente e hanno peraltro convinto Putin che si poteva prendere l’Ucraina in pochi giorni per trasformarla in un cimitero, come aveva già fatto in Georgia e in Cecenia. Non è stato così ma le immagini di quella vergogna restano.
Eppure l’Afghanistan è una terra straordinaria e la sua gente ha la umanità e la saggezza di un mondo molto antico che va conosciuto per essere capito. In una delle attività fatte come media advisors per Isaf, ormai parecchi anni fa, mi trovavo in un villaggio dell’Afghanistan occidentale la cui responsabilità era italiana. Gli americani avevano investito moltissimo in tecnologia per le attività di intelligence acquisendo migliaia e migliaia di informazioni e di dati che però non riuscivano a interpretare e quindi a utilizzare.
Nel villaggio invece incontrai un maresciallo che si era praticamente stanziato lì da un paio di settimane, su disposizione del comando di Camp Arena. Il suo ufficiale di riferimento, in attesa di incontrarlo, mi aveva detto che in pochi giorni aveva fatto un lavoro straordinario. Arrivò a piedi, con la mimetica scolorita dal sole e l’orlo dei pantaloni che copriva rigorosamente gli anfibi, accompagnato da un anziano con barba d’ordinanza e aspetto auttorevole che – mi disse piano il suo ufficiale – era il capo del villaggio.
Il maresciallone era tale piuttosto su di peso con una faccia in scala, sorridente e allegra. Parlammo un po’ e poi chiesi come si era trovato. “Bene”, mi rispose, “Questa gente è come se la conoscessi da sempre. Sotto certi aspetti, mi sembra quasi di essere a casa” aggiunse. L’ufficiale mi aveva detto che non parlava inglese e questo mi aveva colpito quindi chiesi come si capisse con il capo villaggio che sembrava considerarlo il suo migliore amico. Sorrise e rispose “chillo manco lui lo parla l’inglese”. Sarà per quello che si capiscono pensai.
Humint, direbbero gente come Guido Olimpio o Elisabetta Belloni, e quella non c’è tecnologia che la batte. Di questi tempi, meglio ricordarselo, meglio saperlo.
