Bella l’intervista di Cazzullo sul Corriere di domenica a Edith Bruck. Bella perchè piena di cose vere, di vita, di coraggio e di intelligenza. Edith Bruck è così. La incontrai tanto, tanto tempo fa nella casa di Via del Babuino, una mattina di estate. Fu in assoluto la prima intervista delle migliaia e migliaia che si susseguirono nei successivi cinquant’anni. Non era lei però la persona che avrei intervistato ma Nelo Risi. Nelo Risi è stato uno dei poeti italiani più importanti del secolo scorso. Devo a lui – e non solo io – la scoperta di Kavafis nelle sue traduzioni per Einaudi. Fratello di Dino Risi, era profondamente diverso da lui. Parlammo a lungo nel salotto della loro casa. Edith Bruck comparve a un certo punto per salutare e dare una occhiata su come stava andando l’intervista. Di lui ho il ricordo di un uomo molto acuto – di quelli incapaci di dire una banalità, neppure volendolo – ma soprattutto buono, con uno sguardo molto sincero e un sorriso un po’ sofferto. Andai via, colpito dal loro rapporto, da una sintonia naturale fatta di sguardi e attenzioni. Avevo ventidue anni e in quegli anni ‘70 erano cose che facevano effetto.
Nell’intervista al Corriere, Edith Bruck torna a parlare dei lager e della tragedia che hanno rappresentato ma ne parla con toni inquieti, preoccupati per questi tempi. Ricorda l’amarezza di Primo Levi di fronte al negazionismo quando l’unica cosa che conta e che resta di quell’incubo – la memoria – diventa oggetto di violenza, di stupro culturale e politico.
Edith Bruck è molto chiara sull’odio che non le appartiene da allora. Il suo libro appena uscito è dedicato alla kapo di Auschwitz che aveva incontrato casualmente qualche anno fa a Roma. L’odio – lo ripeteva Marco – è roba da poveri stronzi.

