Un libro, una volta stampato, diventa di fatto cosa d’altri. Appartiene al lettore come i figli appartengono alla vita, se sei genitore o un autore che ha messo l’anima in quel che ha generato. Un libro, infatti, appartiene per metà a chi lo scrive e per metà a chi lo legge. Nihil novum; già detto da gente come Borges e prima ancora Conrad, gente sicura quindi.
Per questo, in giro per presentazioni, l’autore dovrebbe rimanere di quinta perché il protagonista è il libro e chi lo presenta. Umiltà laica, forse, cioè utile rispetto di ciò e di chi è altro da noi. È qualità solo apparentemente defunta ma proprio per questo quanto mai essenziale che, per inciso, forse ha pure trovato un testimone universale che la considera sua cifra personale. Ben venga, nel caso.
Un tour per un libro è tante cose. Conoscenze e riconoscenze, luoghi ritrovati e pubblico sempre diverso, a volte moltissimi e a volte pochissimi, elementi quanto mai relativi sia per dimensione che per identità perché con l’età la qualità sopravanza sempre più la quantità.
Dunque, Roma – uno di quei momenti che personalmente segnano con le parole di Adriana Montezemolo, Gianni Letta, Paolo Mieli e Francesco Albertelli – quindi Napoli al Circolo Ufficiali fra gli amici della Marina e poi Reggio Calabria, con altri amici con qualche forse remota consanguineità. Bei momenti in cui il libro naviga per conto suo e racconta la sua storia.
E ora Aosta, in un venerdì spazzato dal vento dove ritrovo alcuni amici e una città vicina e al tempo stesso ormai lontanissima. Don Ivano Reboullaz è uomo e prete di montagna, il che vuole dire molto se si conosce il genere, un genere che in Valle d’Aosta ha una sua antica solidissima tradizione. Il tempo di una cena a Croce di Città con una “zuppa della baita”, nome che farebbe rabbrividire l’intera Val Pelline, e si riparte per il Salone del Libro. Paola Varda che ritrovo benissimo e che mi aveva un po’ preoccupato mentre Aldo Varda si conferma ancora una volta quello che è sempre stato cioè un alpino, dove greche e stellette sfumano e perdono peso di fronte a un cappello e a una vita come la sua. Rivedo Vince Di Dato con Silvia e con lui rivedo il Darfur e l’Afghanistan, memorie pesanti e condivise.
Segue un sabato di delirio e di folla al Salone del Libro. La presentazione è alle 19.30 alla Sala Lisbona. Buono il giorno, meno l’ora un po’ tarda e la sala decentrata, molto decentrata, ma la gente c’è lo stesso e fa la sua parte. Con Paolo Lupo e a Alberto Perduca, c’è Giorgio Benvenuto. Parla a lungo del libro che ha letto e riletto e che ha sotto gli occhi mentre intravedo, seduto accanto a lui, la sua copia con le pagine segnate e risegnate. Lo ha letto due volte e sento gli appartiene come lettore. Il pubblico lo ascolta attento e coinvolto perché, in tempi come questi, la sua generazione e le persone come lui hanno ancora molto da dire, da insegnare, nel mercato di rumori che segna questi tempi.
Poi, domenica, via da Torino verso le Valli Occitane e lunedì a Fossano, con altri amici a parlare di muri e silenzi.
