A Ortona, e la barca – anzi la varca, come si dice da queste parti – è in porto per qualche giorno. Guardo il mare, mi perdo nel tempo e vedo l’Assalto alla Baionetta perché la storia italiana intreccia continuamente due contrastanti elementi ovvero la cialtroneria e l’eroismo. Ortona e quel penoso assalto furono campioni del primo elemento nazionale.
La Baionetta era una corvetta veneziana doc perché il cantiere era quasi all’ombra di San Marco ma nessuno avrebbe pensato, al momento del varo, che sarebbe stata famosa per aver fatto da taxi alla famiglia reale e a tutta la corte in fuga all’alba da Roma per Brindisi. Una fuga a tratti comica, secondo i testimoni, quindi anche molto tragicamente italiana.
Roma e i soldati italiani che combattevano su tutti i fronti di una guerra mondiale furono lasciati soli e senza indicazioni chiare. Badoglio – altro che Fantozzi come maschera italiana – che riesce a comunicare un armistizio senza neppure lontanamente chiarire cosa questo voglia dire. Un re che tace, un erede al trono che obbedisce e la storia reale finisce qui su queste rive.
Mi racconta un amico ortonese che si parlò a lungo di quella mattina a Ortona. All’alba tutti i negozi di abbigliamento maschile furono svuotati perché gerarchi e generali in fuga abbandonavano di corsa quelle divise dentro le quali si erano gonfiati per anni, esibendo sul petto patacche numerose e assurde. Ovviamente i vestiti vennero presi a credito, un solido credito visto che ancora dura. Torna il Primo Arcovazzi geniale di Ugo Tognazzi e la scena finale di un film che racconta in fondo anche un po’ l’immutabile oggi italiano.
