Compio gli anni e proprio in questo giorno il corriere mi consegna un vecchio amico che aspettavo da giorni e non vedevo da decenni, nonostante assidue frequentazioni giovanili al primo piano di Lettere, nel bianco marmoreo dello Studium Urbis. Il vecchio amico è Paolo Diacono che è morto da parecchi secoli ma la sua Historia Langobardorum è libro che resta. Racconta la scomparsa attraverso la trasformazione di un popolo che nasce nelle nevi del nord Europa, diventa nomade fini a arrivare in Italia e costruire un Regno le cui tracce visibili, a saperle leggere, ci sono ancora oggi.
Popolo guerriero, quello langobardo, che si trasforma molto rapidamente per poi venire spazzato via dai Franchi. Risuona a questo punto, per inciso e necessariamente, la trombonistica manzoniana degli atri muscosi, dei fori cadenti e di quel popolo che è e che siamo da sempre. Paolo Diacono ha un altro problema e lo dice chiaramente. Lui legato al Carlo Magno per amicizia ma contro il quale organizza due attentati – perchè resta fedele al suo re che è Desiderio, sconfitto da Carlo – e per amicizia viene entrambe le volte perdonato, lui vuole dare un senso alla fine di un popolo che non lo meritava. Dare un senso alla sconfitta è roba non facile e Paolo Diacono, per di più, non è disponibile a raccontarsi e a raccontare balle. Lui è uno di quelli che raccontano una leggenda, certo, ma che poi chiude netto con haec risu digna sunt et pro nihilo habenda. Queste cose fanno ridere e non debbono essere tenute da conto, tanto per essere chiari ma intanto le racconta e quindi restano.
Sono tempi strani quelli che stiamo vivendo in cui la Storia non sembra non dico insegnare ma neppure interessare i grandi disegni politici se non come propaganda. Lo staff di Putin arriva in Alaska con le carte ovviamente taroccate per dimostrare che è necessario ricostruire i confini di Pietro il Grande e lo staff di Trump risponde che a loro della Storia non gliene frega nulla. Non la conoscono e non la considerano. Se poi, per inciso, inseriamo le conoscenze geografiche di Trump che si stupisce dell’inglese ottimo del premier della Liberia, Stato anglofono per antonomasia. E così siamo ai quiz televisivi, non a caso peraltro giovanile scuola e palestra anche di futuri prestigiosi leader italiani.
Porta lontano, dunque, mettersi a parlare della fine di un popolo, di una cultura, con la sua trasformazione in altro, mescolando insieme passati diversi. Di Storia invece ne avremmo un disperato bisogno. Appena chiuso Paolo Diacono, toccherà quindi andarsi a rileggere (la centesima volta?) Marc Bloch. Il mestiere di storico che poi, con quello di psichiatra, oggi è diventato quanto mai essenziale per capire questi tempi e la politica internazionale che li domina. L’incomprensione del presente nasce inevitabilmente dalla ignoranza del passato, ha scritto non a caso proprio Bloch. Poi una mattina in una gelida alba ci pensarono i soldati di Hitler a levargli una volta per tutte la parola, o almeno così essi pensavano. Alla fine persero loro e probabilmente uno come Marc Bloch tra la sua vita e la sconfitta di quella cultura, non è difficile pensare cosa avrebbe scelto. We few, we happy few con quel che segue.
