Venerdì e Napoli, in quarantotto ore, è passata dall’estate all’autunno pieno. Esco alle cinque e passa con il taxi che mi porta al Molo Pisacane. Prendiamo i giornali con Antonio Cerrone e saliamo al dodicesimo piano. Comincio a leggere e il tempo vola via . grazie anche al caffè napoletano doc di Antonio – poi diretta radiofonica (90′ non sono pochi), recupero del borsone e treno per Bologna. La tosse che mi ha accompagnato per tutta la settimana – condivisa con la pazienza di chi ascolta – non si decide a passare. Febbre non ne ho, i tamponi sono sempre e comunque negativi però non passa e comincio a averne un po’ piene le balle.
Napoli in ogni caso è sempre una buona scelta ma ora tocca a Bologna, altra città che amo molto. Ho vissuto oltre un anno alla foresterie del San Luigi, quando dirigevo la Sede Rai dell’Emilia – Romagna, e Via D’Azeglio, Piazza Maggiore, la finestrella di Via Piella e tutto il resto, se abiti a Bologna, diventano altro da quello che vede chi dalla città ci passa soltanto. Il treno porta la sua mezzora di ritardo ma viaggiare in Italia è l’arte del fatalismo quindi poco importa, se si ha l’accortezza di pianificare con larghi anticipi.
Alla Stazione Centrale, nell’inquietante tunnel dell’alta velocità, passa a prendermi Pepino Poggi e insieme andiamo al San Domenico. Viene presentato il libro di Mons. Andrea Turazzi, che ha raccolto le sue omelie della Reggenza di quando era vescovo di San Marino – Montefeltro. Mi aveva chiesto un contributo, poche righe – dal punto di vista di qualcuno che è altro – a breve commento dei testi. Non è stato facile, detto fra noi, accettare e meno ancora scrivere ma siamo andati sulla fiducia e l’amicizia reciproca, il che risolve sempre, se non tutto, molte cose.
Siamo in tre a parlare, moderati da Alessandro Rondoni. Patrizia De Luca interviene sulla istituzione della Reggenza con chiarezza scientifica mentre io racconto il libro e quello che per me ha rappresentato. Chiude il Card. Matteo M. Zuppi, che del libro ha fatto la prefazione, e chiude a modo suo. Lo si ascolta sempre con attenzione perchè sa cosa dire e sa anche come dirlo, Le sue parole sono pesate e profonde, concrete ma alte. Lo avevo intervistato quando era appena arrivato a Bologna e l’intervista era poi stata pubblicata insieme a quelle di Andrea Camilleri, di Piero Angela e di tanti altri, nel libro curato da Michele Valente per la casa editrice sammarinese AIEP. Già allora le cose che diceva mi avevano colpito molto. Si sentiva evidente la Chiesa che è anche quella di Sant’Egidio, quella dei preti da strada, quella degli ultimi, e la sua responsabilità oggi, tragicamente importante per contenere i fantasmi che pensavamo scomparsi definitivamente e che invece risorgono regolarmente perché li portiamo dentro.
Due ore volate via, comunque, con un pubblico attento, in un contesto come il San Domenico che per me vuole dire Padre Michele Casali. Era il nome e il telefono che avevo in tasca, arrivando dalla Valle d’Aosta. Me lo aveva affidato un vecchio prete e carissimo amico, quando gli avevo detto che la Rai mi mandava a Bologna. Lo cerchi, mi disse, e aveva ragione perchè nacque un’altra amicizia per me molto importante. Due ore volate via, dunque, concluse con le parole di Mons. Turazzi che chiude il cerchio di una non frequente occasione di riflessione e dialogo.
Una signora, finito l’incontro, mentre ci salutiamo si avvicina e mi dice che mi ascolta sempre ogni mattina e che per lei è molto importante. Vorrei parlarle ma siamo travolti da foto e saluti quindi resta solo una rapida stretta di mano e un sorriso. Un po’ mi dispiace perchè mi ha fatto piacere ciò che ha detto e avrei voluto parlarle un po’ di più. E’ tardi quando usciamo nella piazza e mi rendo conto che non ho pranzato. Sono in piedi da prima dell’alba con la ciambella napoletana della colazione al bar Gilda di via Duomo e un improbabile e misterioso tramezzino ferroviario. Pepino sa bene Bologna e il risultato non può che essere tagliatella al ragù e crescentine da Sandoni. Eccezionali, locale affollatissimo ma senza uno che non sia bolognese. Nonostante la folla, tutto molto rapido, personale bravissimo e aria di famiglia, altro che le cose da fighetti del centro.
Recupero la macchina e mi metto per strada. Ho l’ultimo target della giornata – un auto telecomandata da recuperare ovunque e comunque – e l’autogrill di Faenza aiuta molto anche se è il market è chiuso e c’è solo un giovane cameriere a gestire la notte. Capisce il contesto e lo risolve. Recupero la macchina telecomandata poi quella vera e si torna a casa. Notte fonda, casa buia e, a quel punto, il sonno del giusto somiglia a un piacevole collasso e i giornali della mattina un lontano discutibile ricordo.

