Templi triestini.

James Joyce sul Ponte Rosso si intravede nella nebbia mentre io cammino  sul ponte parallelo più a monte. Vederlo così – lontano e nebbioso – meriterebbe un tempo che non ho. Il treno da Venezia è arrivato in ritardo e devo passare a lasciare la borsa al Continentale per poi correre all’Excelsior.  Le donne della storica associazione triestina ANDE hanno organizzato un dibattito sul referendum e mi hanno chiesto di moderarlo.

Non ho tempo, dunque, per le nebbie di questo pomeriggio frettoloso che avvolgono lo scrittore che di nebbia era fatto. Vedo la foto che non farò e so che sarebbe stata una buona foto. Una biondina efficientissima – come altrimenti? – sbriga sorridendo la pratica alla reception poi riparto a piedi per il dibattito che si rivela valido e affollato. 

Alla fine, esco dall’Excelsior con Andrea Bitetto. Il mio amico avvocato ha già come sempre organizzato tutto secondo la miglior tradizione asburgica. Ama Trieste e te ne accorgi per come ci cammina dentro, immerso come in un mare. Luogo del cuore certamente facile, questa città che vive sul mare ma con la testa ancora un po’ forse a Vienna e che in fondo è perfetta per quella sensazione esistenziale di inappartenenza.

Suban, naturalmente e naturalmente dal 1865 perché Trieste conserva sempre ciò che vale. Suban vuole dire quarta generazione, vuole dire un luogo che è memoria e celebrazione di cibo. Ogni dettaglio è studiato e si ripete all’infinito in questo tempio laico. Il giovane maitre si avvicina al tavolo, dandoti la sensazione di essere un ospite gradito e atteso, e alla fine è davvero così. 

Il vecchio Suban, si aggira per le sale, saluta i vecchi clienti, sorride ma al tempo stesso guarda i piatti che passano, con l’occhio di chi cerca i dettagli. Ormai ci sono le figlie, mi dice Andrea ma sappiamo entrambi che lui è lì che è sempre stato, è li che sempre sarà.

Il cibo è servito con attenzione e ha un sapore particolare, fatto come era fatto venti e quaranta e sessanta anni fa, su su fino a quel 1865 che campeggia in ferro battuto sopra il cancello di ingresso.

Il gulasch è il piatto chiave della cena con un Sossò profumato che entra nell’anima: è un vino, spiega Andrea, che in un certo senso rappresenta perfettamente questi luoghi dove il tempo non accelera, ma viene quasi rallentato, tanto che viene prodotto solo quando la vendemmia merita il prodotto. Si chiude la cena con una splendida torta  di origini zigane quindi romantiche che praticamente meriterebbe in sottofondo la Marcia di Radetzky e l’onore delle armi dei presenti.

Usciamo nella notte. La nebbia è sparita e camminiamo fra angoli deserti e angoli densi di muleria, scherza Andrea. Trieste è attenta che tutto sia a posto ma senza un ordine imposto. Come sempre.

Altro tempio laico è il San Marco dove la mattina dopo andiamo a fare colazione. Le boiserie che hanno più di cento anni. I tavolini a disposizione per un tempo infinito anche se si consuma un solo “nero”, come si chiama qui l’ espresso. E ancora la pasticceria e i banconi dei libri perché è una libreria che ha il caffè o un caffè che ha la libreria, fate voi che tanto è uguale. In fondo, a monte resta di sfondo la venerata tradizione del caffè letterario di matrice mitteleuropea.

Colazione, qualche libro e poi scambiamo impressioni su alcuni autori con la signora alla cassa  e il suo splendido sorriso mentre ti rendi conto subito lei sta facendo – ragionevolmente felice – quel che voleva fare e lo sta facendo bene che poi è l’unico modo con cui Trieste sa fare le cose. 

Per le strade si fendono persone a passeggio che parlano naturalmente ciascuna un idioma diverso, non perché sono turisti ma perché questa città è nata cosmopolita ed aperta, come il suo mare. E a conferma di questa natura tollerante si passano in rassegna i luoghi di culto di un affascinante e riuscito melting pot.

Un doveroso pellegrinaggio alla libreria di Umberto Saba, in religioso silenzio e morbosa curiosità per le file sterminate di libri che vanno oltre il tempo sui celebri scaffali – andiamo da un tempio all’altro – e poi l’ennesimo treno di questa settimana di strada. Da Roma a Trieste la distanza è lunga, molto lunga.

“Ragazza che legge a Trieste” è una foto di Andrea Cavalieri

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