Il giudice sammarinese della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo Gilberto Felici racconta la situazione internazionale vista dal suo osservatorio di Strasburgo e il quadro non è facile.
La serata rotariana si tiene da Giorgia, in una serata quasi invernale. Oltre quaranta persone affollano la sala, con lo Chef Luigi Sartini che ha accettato la sfida del sartù di riso. È un piatto non molto conosciuto e difficilmente reperibile nei menù di ogni ristorante italiano. Siamo entrambi curiosi delle reazioni degli ospiti, molti dei quali sono spietati buongustai.
Il piatto è complesso e lo Chef Sartini lo spiega bene, raccontando i vari passaggi per arrivare finalmente al forno ben caldo. Comunque piace e i riscontri sono confortanti.
Quando, dopo cena, il giudice Felici comincia il suo intervento, c’è molta attenzione. Conosciuto da tutti, è amico di molti dei presenti. L’inizio doveroso è un quadro generale sulle attività e le responsabilità della Corte Europea. Al centro sono il diritto alla vita, il divieto di tortura, le pene o trattamenti inumani o degradanti. E ancora il diritto alla libertà e alla sicurezza, all’equo processo, al rispetto della vita privata e familiare.
Sono temi che davamo per acquisiti e inalienabili ma questo primo quarto di secolo ha dimostrato invece che non era così. Oggi nella maggior parte dei Paesi del pianeta, in tutto o in parte, questi valori non vengono rispettati. Per i Paesi che aderiscono al Consiglio d’Europa, è proprio la Corte a intervenire. Casi e storie si rincorrono fino a affrontare temi come l’eutanasia. Il giudice svolge la sua relazione con chiarezza e l’attenzione dei presenti regge bene fino alla fine.
Gli chiedo, alla fine della relazione, se pensa sia possibile che San Marino, dopo essere stato il primo Stato a abolire la tortura, non potrebbe essere anche il primo a abolire il carcere. Ne discutiamo ma l’ipotesi è tutt’altro che fuori contesto vista l’unicità di questa realtà.
Giovanna e Sara, con le loro domande, mettono sul tavolo, anche loro, problemi non facili che danno modo di affrontare anche la responsabilità dei media e i rischi della giustizia come spettacolo.
La serata finisce con le foto e una atmosfera serena, nonostante gli argomenti affrontati. I rotariani più giovani mostrano di essere quelli più motivati. Hanno fame – lo si sente evidente – di scenari, riflessioni, idee che tempi superficiali come quelli in cui viviamo troppo spesso non trasmettono.
La serata finisce tardi ma si va via con la testa nutrita quanto e forse più dello stomaco. Il che non è poco e non capita spesso.
