Una mia personale idiosincrasia forse irrazionale (come peraltro molte idiosincrasie) mi porta da sempre a evitare libri e interviste che abbiano come oggetto – il termine non è casuale – persone cui sono stato e resto legato. Sono in debito con queste persone e sono debiti che non si valutano in moneta quindi sono senza possibilità di risarcimento. Poi però per una ragione o l’altra, questi libri o queste interviste finisco per averli fra le mani – a volte fra i piedi – e non riesco a non leggerli.
Capita regolarmente anche con i libri su Marco. Li evito, li fuggo, li scanso ma alla fine, sia come sia, finisco per ricaderci, tanto per evocare vizi assurdi. Insomma alla fine, ci inciampo, li leggo poi li chiudo rabbioso, chiedendomi cosa avrebbe detto lui leggendoli e il pensiero delle sue reazioni, ben note a chi ha avuto modo di frequentarlo, in parte mi rasserena.
Il libro curato da Piero Ignazi, rispetto agli altri, è diverso nelle impostazioni dai precedenti ma il risultato non cambia di molto. Mentre lo leggo una immagine mi gira in fondo in fondo nella testa e nella nebbia. Verso la fine della lettura, l’immagine si mette a fuoco e rivedo un quadro famoso. Rembrandt. La lezione di anatomia del dottor Tulp.
Trattasi del quadrone esposto all’Aja, dove professori e studenti si affollano intorno a un cadavere, messo lì a pretesto per presunti motivi scientifici. Siamo nel 1632 quindi il “presunti” ci sta tutto.
I professori, rigorosamente in tenuta da professori, procedono nella autopsia, spiegando, tagliando, approfondendo aspetti specifici, senza forse però, come spesso accade agli accademici, riuscire a cogliere una visione di insieme. Il collegio accademico messo su da Piero Ignazi è sicuramente di prestigio – le terrazze romane di una volta sarebbero state giustamente onorate di ospitarli – ma non mi sembra però abbiano tutte le chiavi per comprendere cosa è stato Marco Pannella nè di volerle cercare. Sbaglierò.
I prof si attaccano al leaderismo, evocano addirittura lo sciamanismo, illustrano sapientemente il rincoglionimento del soggetto sotto i ferri, avvenuto alla fine degli anni 80 e il successiva suicidio politico. Chi lo segue viene liquidato come adepto senza molto sale in zucca, magari anche da chi non sarà stato cosi stupido da non rimediare, grazie alle frequentazioni con lo sciamano, visibilità, stipendi e pensioni che altrimenti forse sarebbe riuscito più difficilmente a ottenere.
Quando le scelte di Marco abbandonarono lidi comodi e sicuri come le poltrone di cuoio rosso del Transatlantico per prendere il mare aperto, molti furono rigorosamente e lealmente contrari (come Gianfranco Spadaccia o Bruno Zevi per fare solo qualche nome dei tanti) mentre altri videro invece solo occasioni perdute di trasformare quei divani di cuoio rosso nel salotto di casa.
Il rosario è il solito. Per esempio, certo, ma la Staller? E in quasi trent’anni non ho mai sentito una risposta alla unica e sola domanda che allora fece Marco. “Perché non candidarla? Perché è una pornostar?”. Nessuna risposta. A oggi.
Certo, e allora la follia della fame nel mondo? Eppure quella campagna negli Anni 80 così criticata anche all’interno del mondo radicale, a oggi, con quel cimitero che è diventato il Mediterraneo, potrebbe fare pensare. In tutte le piazze italiane, nei comizi affollati, Marco spiegava che era l’unico modo per salvare quella gente e salvare noi stessi, che si doveva da laici aiutarli nella loro terra, nelle loro case, nelle loro istituzioni.
Mi è capitato peraltro di assistere a una lunga conversazione fra Marco e Thomas Sankarà nel suo palazzo presidenziale a Ouagadougou in Burkina. Giovanni Negri e Gianfranco Dell’Alba ricorderanno sicuramente anche loro quella mattinata passata insieme, poco tempo prima che un colpo di RPG mettesse fine alla sua vita, facendo nascere la sua leggenda. I temi toccati in quell’incontro, a pensarci oggi, almeno a me fanno ancora venire i brividi.
E via di seguito ma questo è solo un diario di bordo personale, condiviso con pochi amici, e può bastare qui. Resta la perplessità su chi riesce a dedicare di riffe o di raffe quasi una decina di libri, tutti volti a dimostrare che Marco quando non dava retta sbagliava e che, più che una lezione di anatomia sarebbe stata meglio indicata una seduta di psicanalisi per un soggetto con una psiche palesemente malata.
Dalle parti di Cartecchio, comunque, molti abitanti lamentano durante la notte un rumore di omeriche goliardiche risate che li tiene svegli. Bisognerebbe fare qualcosa. Il sindaco deve intervenire a tutela del sonno dei suoi cittadini.
