Leone Ginzburg e l’infermiere.

Carlo Ginzburg è stato una presenza forte per chi studiasse Storia Medievale nella seconda metà degli Anni 70. Se poi si era a Roma e si seguiva la paleografia medievale di Armando Petrucci che con Ginzburg aveva profonda reciproca sintonia, la sua scomparsa pesa ancora di più.

Carlo Ginzburg e Natalia e Gabriele Baldini e poi Susanna – la stessa patologia di Luigi – e prima ancora Leone Ginzburg che avrebbe segnato la cultura italiana del dopoguerra se i nazisti gli avessero consentito di arrivarci.

Leone Ginzburg muore il 5 marzo 1944 a Regina Coeli, in quella primavera romana che pregiudicherà la nuova Repubblica. Sarebbe morto anche lui alle Fosse Ardeatine, in ogni caso.

Lo aveva incrociato uno di quei giorni, in un corridoio del carcere, Sandro Pertini che ricordava bene quel momento. Il corpo insanguinato trascinato via, la mandibola spezzata e il viso gonfio, Leone Ginzburg fa in tempo a dirgli che quando sarà finita non bisognerà odiare i tedeschi perché non tutti i tedeschi sono nazisti. Facile a dirsi, forse, anche se non in quel contesto.

Leone Ginzburg torna le sera in infermeria dopo l’ennesimo interrogatorio. Sta male. Presente l’infarto che lo ucciderà. Chiama l’infermiere più volte ma l’infermiere non risponde. Morirà nella notte. Conoscere quell’infermiere, guardarlo negli occhi, capire chi è, conoscerne la storia, cosa si prova a avere un uomo in quel modo sulla coscienza, non so se sia mestiere di storico o di giornalista, ma ci starebbe tutto. Per capire, il che riporta a Carlo Ginzburg e il cerchio si chiude

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