Pomeriggio in Prati. Caldo romano e parecchio. Davanti a Vanni, un piccolo palco con una ventina di persone e un quarantenne in piedi diciamo accaldato – come tutti d’altronde – che spiega Dante. Il pubblico è di quartiere e ha una certa età ma regge bene. Decido di sedermi in quello che è uno dei caffè romani più famosi.
Quasi nessuno ai tavolini affollatissimi un tempo quando Vanni era uno dei ritrovi classici della Direzione generale Rai. A quei tempi, quegli stessi tavolini erano affollati anche di fanciulle con book fotografici alla eterna ricerca di dirigenti Rai che avessero avuto una adolescenza sessuale disagiata e fossero più che disponibili a recuperare il tempo perduto, anche se le madeleine di Proust e il loro profumo francamente molto poco c’entrano nel contesto. Chi fra i dirigenti Rai invece non fosse stato in quelle condizioni postadolescenziali girava invece guardingo e al largo. C’erano anche avvocati o similavvocati, agenti non meglio identificati e qualche faccia di dubbia origine.
Oggi, a pochi metri di distanza, il casermone che fu il cuore della Rai- di vetro, alluminio e amianto – è spiaggiato, solo e deprimente. Fa uno strano effetto, avendoci passato dodici anni lì dentro, vedere tutto fermo, buio, abbandonato. Parcheggi a volontà quando una volta ci si sarebbe accoltellati per un posto libero.
Poca gente per strada e mi chiedo gli uffici – diversi – che ho girato lì dentro in che stato saranno. Il Cavallo di Messina nella sua agonia eterna sembra ormai essere stato superato dal palazzo che non molto tempo fa lo guardava morire e che invece è morto prima di lui.
Senso di morte dunque ma non di una morte romantica e scenografica come quella veneziana. Piuttosto una morte triste, fantozziana, che trova nella voce dell’oratore dantesco mentre spiega chi è Pluto, cosa è l’inferno, una giusta colonna sonora.
Mi siedo davanti a un prosecco e assaporo le mitiche pizzette e questo senso di malinconico degrado di un luogo di potere e di feroci battaglie. Cerco con gli occhi per abitudine – ma non lo posso ritrovare – il vecchio Vanni con sua moglie, donna ossessionata sa il cielo perchè dallo Stupor Mundi.
Con il “Signor Vanni” scambiavo sempre due chiacchiere quando andavo a mangiare con ospiti o amici al primo piano nella sala riservata. Occorreva essere in buoni rapporti con lui per poter entrare anche se l’arredamento, una antica Roma immaginata da un architetto texano, era roba che non arrivava a rovinare il pranzo ma poteva andarci vicino.
Con il Signor Vanni passammo una sera all’Appia antica, nel parco. Un concerto di Caetano Veloso per beneficenza organizzato con Marisela Federici, praticamente un’arma da guerra, per tutelare la strada più bella del mondo.
Vanni curava il catering e vidi di fatto cosa voleva dire preparare un opera d’arte più che il sostentamento di qualche centinaio di ospiti. Tirò fuori tutto il mestiere che aveva rimosso perchè non ne aveva più voglia e aveva sul libro paga altri che lo facevano per lui. In quel contesto però vidi cosa sapeva fare e era notevole. Facevamo riunioni a tre – Marisela, lui e io – ma tacevo affascinato da questo scontro fra titani che potevano parlare dieci minuti sulla collocazione di un tovagliolo.
Bella serata nel parco dell’Appia Antica con Veloso in forma smagliante. La regia – proprio nel momento in cui cantava una canzone bellissima sulla luna piena – fece apparire in cielo una gigantesca luna, fino allora invisibile dietro le nuvole. La classe non è acqua quando si organizza qualcosa di notte all’Appia Antica.
