Fra noi.

Non pensavo mi scrivessero tante persone dopo l’ultima settimana di Stampa e Regime. Danno il senso di una comunità che legge insieme i quotidiani del giorno. Per quel che sono.  Con il loro consenso ne pubblichiamo qualcuna.

Buonasera Carlo,

sono Onofrio Bellifemine e insegno Storia contemporanea all’Università Cardinale Stefan Wyszyński di Varsavia. Faccio uno strano uso di Stampa e regime: la mattina, tra lezioni, ricevimenti, mail e incombenze varie, non riesco ad ascoltarlo e così lo recupero la sera, quando rientro a casa. Il campus è immerso in un bosco e ci vuole un’ora per tornare: mentre percorro la strada, spesso innevata, che porta al tram, e poi salgo e scendo dai mezzi, ascolto, magari illudendomi che, informandomi su quello che accade laggiù, il cordone ombelicale con casa non venga reciso.

La prima volta mi colpì il fatto che non dicessi il tuo nome all’inizio. Non ti presentavi ,e io ascolto su Spotify, e così fui costretto a togliermi i guanti, fermarmi e cercare di capire chi stesse parlando. Mi piacque il tono affilato con il quale descrivevi i travagli e la sgangheratezza della nostra stampa: un po’ da sognatore perplesso, ma mai rassegnato.

Ho apprezzato molto anche il richiamo alla memoria come fonte inesauribile di modelli e strutture, come strumento per orientarsi in un momento incerto. Ho fatto tesoro dei consigli sulle letture, sui film e sugli approfondimenti. Ascoltavo e prendevo appunti: Giuseppe Baretti e la turibolata, Carlo Rivolta e Andrea Tamburi, le pellicole del grande cinema americano e non solo.

  Gianni Mura diceva che, dopo Brera, era diventato un “Senzabrera”, scritto così, tutto attaccato; io, poi, sono diventato un “Senzamura”. Per questo mi consola sapere che continuerò ad ascoltarti e a seguirti altrove. Questa storia, però, mi secca molto e mi fa sentire un po’ più solo.

Alla mia generazione, sono della classe 1988, è andata così così. Abbiamo le nostre colpe, ma forse avremmo avuto bisogno di qualche maestro in più che si sbracciasse non per indicarci la via, ma per darci gli strumenti necessari a imboccarla. Come dicevi tu in un’intervista a Camilleri, molti non sono disposti a togliere il lucchetto…

Quando tornerò a Molfetta, ad agosto, leggerò i tuoi due libri, ma inizierò da quello sul mare.

In Tifone, il capitano Tom MacWhirr, che non ne vuole sapere di deviare dalla rotta mentre la tempesta sta per abbattersi su tutti loro, dice al suo secondo: «Prora al vento e testa a posto!». Già!

Un caro saluto,

Onofrio

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