Scendo dal Pincio verso Piazza del Popolo – colazione di lavoro con nuovi impegni, almeno si spera – e inciampo in tre suggestioni.
La prima sono i busti del Pincio. Gente ormai sconosciuta, fermata nel tempo e nel marmo con una sola eterna faccia, con un sola rigida espressione. Carlo Botta non ha neppure quella e mi dispiace un pò per lui. Non tanto forse perché sfugge a questa regola ormai desueta. Dei nostri attuali eroi invece conosciamo la loro immagine dall’infanzia alla morte e a volte non è neppure un bene.
Mi fermo da Spiezia. È il migliore ottico di Roma, alla fine del Babbuino quasi a Piazza del Popolo. Due generazioni molti presenti, la prima con i modi di una Roma di altri tempi, perfetta in giacca e cravatta con un profilo da senatore romano e la cortesia naturale di chi ha visto e conosciuto il mondo. L’altra generazione, più tecnologica ma altrettanto gentile e efficiente mi risolve un problema ai maledetti Libdberg, croce e delizia ottica.
In tre minuti dunque problema risolto e esco. Sono in anticipo. Mi rifugio al sole di Rosati. Il tavolo dove passavamo mattinate con Vittorio Gassman è libero e quindi mi siedo per affetto e per dovere di memoria. Chiedo della carta per scrivere un messaggio di accompagnamento a una amica e il cameriere efficiente e gentilissimo mi porta un pezzo bianco del rotolo del registratore di cassa. Una volta avevano la loro carta intestata ma erano altri tempi mentre i camerieri di Rosati restano ancora fra i migliori su piazza.
La gentilezza a Roma ormai colpisce come una ventata forte. Sara strano ma è curioso.



