Inciampo scanalando su Prime nella voce di Sandro Piccinini. E’ una voce che conosco bene e che racconta tempi giovani, poveri e belli. Per un periodo facevamo vita praticamente comunitaria gestendo due edizioni (alle 2 dwl pomeriggio e alle 7.30 di sera) del Tg di Teleroma 56 con Mauro Mazza, Paola Rivetta e due giovanissimi Manuela Moreno e Fabio Caressa fra gli altri. Fine anni 80 e a Roma qualcosa è incredibilmente rimasto di quella tv che faceva cose improbabili.
In sintesi voglio molto bene a Sandro da una vita per la sua umanità, per la sua straordinaria professionalità e conosco bene la fatica che ha fatto perchè scorciatoie e ascensori gli sono sempre stati sconosciuti e sgraditi. Ha avuto quel che viene comunemente definito successo ma è rimasto lo stesso, sapendo rifiutare offerte economiche per le quali molti anzi moltissimi dei suoi colleghi avrebbero commesso scelleratezze spietate.
Condivido peraltro con lui, sia a livello umano che professionale, un forte senso dell’ironia e dell’autoironia, elementi che richiedono attrezzature adeguate per essere fatte e per essere comprese.
Mi divertiva vederlo con Massimo Marianella e Fabio Caressa diciottenni che gli giravano intorno scambiandolo per una specie di Mamma Chioccia. Era spalleggiato da Raffaele Pellegrino, il suo più vecchio amico nonchè uno dei produttori televisivi più rigorosi che abbia mai conosciuto.
Quante volte lo ho visto tornare stravolto il lunedì da viaggi e telecronache improbabili. Terrazze genovesi, un albero una volta, ingressi letteralmente conquistati all’arma bianca in stadio via telefono da Raffaele, capace di litigare tutta la settimana con i relativi responsabili. A quei tempi eravamo molto precari e molto sgraditi, lui negli stadi, io a Montecitorio. Eravamo diventati abilissimi a infiltrarci in quei contesti come ucraini a Mosca, con pericoli certamente minori ma comunque sgtradevoli.
Insomma, inciampo nella sua voce, mi fermo e mi vedo venti minuti della partita della Roma, squadra che ho amato molto quando seguivo il calcio cioè fino ai miei dodici anni. A quell’età improvvisamente scoprii che il calcio era almeno per me una esperienza profondamente tediosa e mi buttai su altri interessi.
Mi vedo dunque venti minuti della partita per affetto. La Roma vince 3 a 1, quindi do la buona notte a Sandro e me ne vado a dormire. Poi la mattina dopo leggo i giornali e vedo che le cose sono un po’ cambiate. Chiamo allora Andrea Bitetto, singolare caso di bipolarismo temo patologico che oscilla da un lato su Benedetto Croce e dall’altro sulla Roma, mondi che peraltro sospetto si ignorino reciprocamente, con buona pace di Andrea. Andrea aveva già mandato messaggi disperati a Gigi Novello e a me. Al telefono però si mantiene sul suo standard di raffinato e prestigioso avvocato mitteleuropeo, con un piede al Reform Club perchè Londra è sempre Londra.
Andrea al telefono sembra dunque già nella Quinta Fase della elaborazione del lutto ma conoscendolo potrebbe fingere. Come poi si possa tifare Roma a Trieste è un mistero della fede che si accetta esclusivamente per via dei riscontri oggettivi. Lui sopravviverà anche al Real Madrid con eleganza ma sempre con il cuore sanguinante nel consueto rosso ma con qualche tinta di giallo. Sandro invece sarà in giro per aeroporti, auto a noleggio e giornali, con il cellulare preferibilmente spento. Tanto per cambiare.

