Logbook 23 – Reacher o della possibile libertà

Sono tempi in cui si produce tantissimo in tutti i contesti, fra tv, libri, musica eccetera, e tutto viene consumato con fretta bulimica. La quantità non sempre comporta qualità – e questo è normale – ma ormai non comporta neppure più molta originalità. Sempre più remake, sempre più storie e personaggi dove, come nei palinsesti medievali, traspare sotto altra scrittura, altre storie che sono state diciamo di ispirazione. Così quando per caso si inciampa in qualcosa che sembra nuova come idea, anche se un po’ improbabile, si resta sempre un po’ piacevolmente sorpresi. È il caso del fenomeno ormai internazionale e consolidato di Reacher – nome di battesimo Jack, ma assolutamente inutilizzato sia dal personaggio che dal suo autore – su cui solo gli editori con un ottimo fiuto avevano intuito le potenzialità più di venti anni fa, visto come si presentava.

Il personaggio ha avuto una ulteriore notorietà  – ma era già un successo editoriale – a causa di due film che lo hanno visto impersonato da un assolutamente improbabile Tom Cruise. Reacher infatti è un colosso, scrive Lee Child, e lo ribadisce continuamente. Insomma è una specie di Big Foot che il metro e sessanta, pure faticato, di Cruise deforma pesantemente, nonostante questa gigantesca fisicità di Reacher sia un elemento essenziale del personaggio di Child. La novità qual è? Si tratta soprattutto della rappresentazione di un essere libero dai mille lacci che legano oggi la nostra quotidianità, dal cellulare alla carta di credito, a una casa o a dei vestiti. Il vuoto contro il pieno quotidiano di ognuno di noi che a volte sembriamo le nostre nonne. Vi ricordate quelle case piene di cianfrusaglie più o meno belle, più o meno preziose ma tutte assolutamente inutili se non per riempire il vuoto terrorizzante, che affollavano mensole, tavolini, vetrine delle loro case, tanto per capirci? Reacher è la negazione di tutto questo.

Dopo venti anni di polizia militare nell’esercito americano decide per reazione di non avere più orari, impegni, cose. Vaga per il territorio dei cinquantuno stati a stelle e strisce in pullman o più spesso in autostop. All’inizio, anni ’90, non ha neppure la carta di credito o il bancomat ma si fa mandare il danaro dalla banca agli sportelli delle città dove è finito. Solo uno spazzolino da denti, il passaporto e, dopo l’11 settembre e la tracciabilità del danaro, un bancomat. Non è un homeless ma neppure un ricco eccentrico. Ha i soldi che ha messo da parte durante il suo servizio e se li fa bastare. Compra vestiti da poco che ogni tre quattro giorni butta e ne prende altri, sostenendo che le spese di una casa sarebbero sicuramente più alte, lavatrice compresa. Teoria difficile da dimostrare e soprattutto da digerire in una cultura affetta da shopping compulsivo collettivo. Le sue storie sono pesanti, molta violenza ma anche buoni e onesti sentimenti americani. Il caso lo porta a inciampare continuamente in situazioni che lo fanno sentire in obbligo di intervenire e spesso a risolvere come tutti i veri personaggi devono fare.

Nel mondo della letteratura d’azione viene già considerato – fatte le debite differenze – un caso che eredita quello di James Bond, scusate se è poco. Si legge veloce e non annoia come fanno invece molti romanzi gialli – spessissimo italiani – i cui autori talvolta fanno pensare a quello che diceva Longanesi a proposito dell’arte. Un appello – diceva – cui molti rispondono senza essere stati chiamati. Non che Lee Child sia arte ma sicuramente sa scrivere le sue storie che non a caso vendono milioni di copie in tutto il mondo. L’idea alla base – un vagabondo totalmente slegato dalla società – era strana in origine – a appunto per l’Italia c’è voluto il solito naso del gruppo Mauri Spagnol – per intuirne a suo tempo le potenzialità.

Non molti avrebbero puntato sopra questo personaggio che invece si è rivelato vincente perché nella sua peraltro improbabile vita, vive come vorrebbe vivere ognuno di noi. In sintesi senza la miriade di rotture di balle quotidiane che ci condizionano l’esistenza. Basta mail, basta password, basta commercialisti, basta prospettive, basta tutto. Forse non è libertà quella che testimonia Reacher – vagabondo per scelta e per piacere – però in certi momenti ha comunque un fascino fortissimo. Forse, a pensarci un po’ su, paradossalmente si potrebbe persino intravedere, dietro le gigantesche fattezze di Reacher, un omino con i vestiti larghi, delle scarpe enormi, baffetti, un bombetta e una canna di bambù.

Una opinione su "Logbook 23 – Reacher o della possibile libertà"

  1. Sì, Reacher è un personaggio originalissimo e ricco di sfumature e la serie Amazon ne restituisce caratteri che alle versioni cinematografiche mancavano. Non ho ancora letto i romanzi ma è una cosa che vorrei provare nel futuro. Il personaggio mi ha stregato sin da subito e proprio per le ragioni ben espresse nel suo articolo.

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: