Logbook 42 – Backstage 2

Metà degli anni ’80. Inizio di agosto. Un treno ci porta a Ginevra e da lì ad Istanbul. Il giorno dell’anniversario di Hiroshima i radicali organizzano in tutte le capitali europee una manifestazione contro gli armamenti e a favore degli obiettori di coscienza. Scelgo Ankara che è con Mosca una delle situazioni meno facili, in troupe con un operatore romagnolo molto in gamba di Pierrot e La Rosa, la ormai storica società di produzione bolognese di Luca Buelli. Nella vicenda, per comodità, chiameremo X questo personaggio. Siamo dunque in aereo con due giovani manifestanti che poi sarebbero Maurizio Turco – già allora il più serio di tutto il gruppo – e un altro giovane che chiameremo invece Y. Guida il trio dei manifestanti Gianfranco Spadaccia, a quel tempo presidente del Gruppo Radicale al Senato e persona straordinaria per cultura, umanità, intelligenza. Gianfranco però e per inciso non è esattamente, diciamocelo, un uomo d’azione – decisamente no – ma è comunque una garanzia.

Nel treno da Roma a Ginevra e poi nell’aereo che da Ginevra ci portava a Istanbul – ci confesseremo poi, una volta rientrati a Roma – avevamo tutti ben presente, in un angolo del cervello, Fuga di mezzanotte, il capolavoro di Alan Parker che dava una certa idea di cosa si intendeva, almeno al cinema, a quei tempi per una galera turca. Alla dogana dell’aeroporto, di Istanbul, si percepisce un certo panico fra noi. Per uscire dalla nevrosi collettiva (e visto anche che in teoria in quanto reporter sarei estraneo alla manifestazione) infilo eroicamente striscione e volantini sotto la camicia ed esco con un passo diciamo disinvolto stile premaman, condizionato comunque da una certa apprensione. Tutto ok e ci imbarchiamo per Ankara. Nel pomeriggio, sopralluogo della piazza dominata dalla statua a cavallo di Kemal Ataturk quindi cena in albergo. Prima di cena, seduti nel parco davanti a una coca, Maurizio e io prepariamo con un vocabolarietto italiano-turco, comprato in aeroporto, una serie di frasi in turco del tipo “Sono un senatore italiano” oppure “La prego di non picchiare il mio amico” e roba del genere, tanto per intenderci. Ne scriviamo una decina su dei foglietti che i manifestanti intascano. Dopo cena, adrenalina per tutti tranne che per Gianfranco che ha i bioritmi d’acciaio e se ne va in branda mentre noi decidiamo di andare in un night accanto all’albergo. E fu il dramma. 

Scendiamo giù giù in un locale che sembra un garage illuminato al neon. In fondo al palcoscenico una donna travestita da como’ canta qualcosa di probabilmente tristissimo, straripando nel suo vestito rosso. Appena seduti ad un tavolo traballante, X e Y si lanciano sull’enorme vassoio di noccioline che presidia la postazione. Saranno tre chili e se le faranno fuori tutte in meno di mezz’ora. Scopriremo poi nel corso della notte e del giorno dopo che erano noccioline d’antan. Chi ricorda la Luisona di Stefano Benni, sa cosa intendo. A un certo punto si avvicina un tizio dall’aria losca e mi dice piano qualcosa in un orecchio. Io sorrido e rispondo “No turkish“, cercando di spiegargli che non parliamo turco. Mi guarda con odio. Mi chiedo se sia molto grave per un turista italiano non parlare turco e comincio a rimuginarci sopra perché lo sguardo è veramente peso, come dicono a Bologna.

I due idioti continuano con le noccioline. Maurizio – preoccupato già di suo – è perplesso anche lui. Seguiamo con lo sguardo il tizio di prima che si avvicina ad un gruppo di uomini e donne in fondo alla sala, nell’angolo più buio, e crediamo di capire. Siamo quattro giovani europei con soldi in un night. Il tizio quindi ci ha offerto quello che sempre si offre in questi casi e si è sentito rispondere, sia pure con cortesia, un involontario niente-turche, così decidiamo di sgommare che è meglio. Torniamo in albergo. Io divido la camera con X che, causa noccioline, passa il suo tempo in una specie di servizio di linea fra il bagno e il letto, più bagno che letto peraltro. La mattina dopo il suo colorito è simpaticamente verde, tendente al blu quando gli propongo di andare a fare colazione.

Lo carico su un tassì e vomita dal finestrino. Lo porto nell’American bar, dalla cui terrazza faremo foto e riprese, e vomita nel bagno. Poi da lontano vediamo arrivare i tre manifestanti, uno dei quali cammina un po’ incerto e un colorito fucsia spento in faccia. Srotolano lo striscione e per qualche minuto la folla passa, guarda, c’è chi ringrazia, chi applaude ma alla fine arriva la polizia. Gianfranco cerca i foglietti con le traduzioni in  tasca ma non li trova. Pausa con ricerca collettiva in cui appare, mi sembra, anche la tessera di un autobus capitolino poi se li portano via mentre noi torniamo in albergo. L’operatore che ormai lentamente sembra migliorare, scivolando dal verde mare al verdino, si butta sul letto mentre io vado a vedere di piazzare le foto ai giornali. Torno dopo aver scoperto che non sono venute – forse, ma nelle redazioni quelle foto avevano creato qualche imbarazzo (mentre le immagini tv sono venute bene) – e trovo in camera la polizia che assiste il quasi ex vomitante. È sulle nostre tracce perché le prenotazioni degli alberghi erano comuni con i manifestanti, grazie a una logistica creativa di stampo romano – fiorentino.  Andiamo in questura dove ci interrogano separatamente. Intravediamo Gianfranco, Maurizio e l’altro intossicato che sembra uno zombie. Con Maurizio ci chiediamo se non sarebbe stato più utile un foglietto in italiano del tipo “La prego di non vomitarmi addosso”, da dare ai funzionari che interrogano i due avvelenati.

Maurizio mi racconta che Y ha continuato a vomitare anche nella stanza del commissario, dove erano tutti e tre sotto interrogatorio. A un certo punto il commissario medesimo si è incazzato e gli ha dato un giornale per vomitarci dentro, cosa che lui subito ha fatto – dopo aver ringraziato compitamente – sedendosi in disparte sul divano dell’ufficio. Solo che il giornale, durante l’uso, si è sfondato e le scarpe di conseguenza avevano assunto un aspetto non molto congeniale alla moda italiana ed alla sua immagine nel mondo. Insomma il commissario pare sia arrabbiato ancora di più, sia pure ad una certa distanza e dopo aver aperto le finestre. Venimmo interrogati anche noi separatamente – e detto inter nos, non fu una cosa leggera – finché, dopo varie altre vicissitudini e tensioni varie, decisero di espellerci su un volo di linea, Dio sa forse perché, in Germania invece che in Italia. Gianfranco tenne una affollata conferenza stampa all’aeroporto in inglese ed in francese ai giornalisti turchi che non parlavano entrambe le lingue. Noi sapevamo che neanche noi peraltro le parlavamo benissimo. In aereo ci chiedevamo tutti cosa mai avrebbero potuto scrivere il giorno dopo. Salvarono tutti comunque, molto probabilmente, i comunicati stampa in più lingue che avevamo preparato. Non lo sapemmo mai ma, nei giorni seguenti, ci arrivarono riscontri molto positivi dalle organizzazioni per i diritti civili turche e la manifestazione fu di fatto un successo. Riuscimmo persino, con moltissima fortuna e qualche furbata giornalistica – a riportare le immagini girate durante la manifestazione. Noi finimmo dunque misteriosamente espulsi – aeroplanino rosso sul passaporto sopra il visto – a Francoforte e da lì prendemmo, a tarda sera e al volo, un treno per Roma. Il treno però finì, nel cuore della notte, sul confine dell’allora Yugoslavia perché la linea ferroviaria aveva dei problemi al tunnel del Brennero che era stato chiuso, così se fossimo tornati a nuoto avremmo fatto molto probabilmente prima.

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