L’idea di una Lista Navalny era nata qualche settimana fa in uno Stampa e Regime – napoletano, se non ricordo male – buttata lì come una ipotesi difficilmente realizzabile. Il Riformista peraltro la riprese il giorno dopo e questo mi fece piacere, visto che leggere della rassegna stampa di Radio Radicale sui giornali non è frequentissimo, nonostante non siano pochi i giornalisti che la utilizzano da decenni. Dunque, una lista che abbia come capolista Jiulija Naval’naja potrebbe invece diventare una realtà. Le difficoltà sono ancora moltissime perchè le logiche condominiali – grande scuola della politica italiana, i condomini – potrebbero soffocare l’idea, in stretta collaborazione con le truppe cammellate che il regime di Putin manovra via social e euro in contanti.
Come andrà a finire è difficile dirlo. Sarebbe bello che ci fossero lei e Anna Politovskaja capolista e il messaggio andrebbe diretto al KGB che sta brigando da tempo per avere una sua testa di ponte al Parlamento europeo. Inutile negarlo. Le elezioni del 2024 saranno un segnale per una Europa diversa, forte, coesa, o altrimenti sarà tragicamente non-Europa. Basterebbe riascoltare quello che ha detto a Washington pochi giorni fa Mario Draghi per avere il quadro della situazione.
A proposito di Stampa e Regime, avevo promesso che avrei raccontato, per quel che ricordo, quando Marco propose, a suo modo, di cambiare nome alla storica rassegna stampa di Radio Radicale, che curava dal suo nascere Taradash con grande attenzione e prestigio. Era l’inizio degli Anni ‘80 e forse ero ancora in radio, forse ero già a Teleroma, quando Marco disse che se era la rassegna stampa di RR, il suo nome non poteva essere altro che “Stampa e Regime”.
Non ricordo Marco Taradash come la prese, francamente, ma ricordo bene le facce e le discussioni dei redattori e di Massimo in particolare che quel titolo all’inizio proprio non lo digeriva e con lui svariati parlamentari radicali. Io pure, per la verità, lo trovavo un po’ troppo pesante ma tutte le obiezioni che si potevano fare rafforzavano in Marco l’idea che la cosa avrebbe avuto un senso. Sicuramente Paolo Vigevano che allora era l’editore ricorderà queste circostanze meglio di me e potrebbe su questo essere definitivo mentre io ricordo solo un paio di discussioni – una in un treno verso nord, Dio sa dove stavamo andando – con Marco sempre più convinto di quel titolo.
A pensarci, non fu molto diversa l’atmosfera quando sempre lui lanciò l’idea di trasmettere come musica solo requiem per la strage per fame che stava sconvolgendo l’Africa e i dannati della Terra. Anche lì aveva visto giusto e le campagne contro lo sterminio per fame restano una delle pagine più tristi e gloriose della politica italiana, nonostante lei stessa. Se si fosse fatto quel che si diceva quarant’anni fa, prevedendo il Mediterraneo come grande cimitero di naufraghi fuggiaschi, molte vite sarebbero state salvate e l’Africa non sarebbe quello che è diventata oggi. Serve a poco ma è giusto ricordarlo.
