Logbook 352 – A schiovere

Un caro amico napoletano – per di più di quelli che Napoli l’hanno lasciata per girare il mondo – mi regala l’omonimo libro di Erri De Luca. La dedica è quanto di meglio potrei desiderare perchè mi definisce “napoletano d’elezione” e la cosa quasi mi commuove. Nascere in un luogo è in fondo un caso in cui sapersi ritrovare ma scegliere una città oppure una terra, eleggerla a luogo dell’anima, è altro. Per me, luoghi di elezione (oltre il mare che però è parte integrante di me) sono le montagne valdostane – ” ma la terra dove hai sofferto il freddo, mai più potrai cessare di amarla” scriveva un poeta russo suicida che di freddo doveva intendersene – e, sempre come luogo dell’anima, Napoli come città, anche se definire Napoli una città è sicuramente riduttivo.

Dunque “A schiovere” è un bellissimo libro che accompagna, guidati da parole tipicamente napoletane, dentro il mestiere di vivere, arte che a Napoli si insegna anzi si impara da sempre. Forasciuto è per esempio chi lascia Napoli. Forasciuti, come peraltro il mio amico che mi ha fatto conoscere il libro e come lo stesso Erri De Luca, erano Eduardo, Troisi, Pino Daniele, ma anche Giuseppe Marotta che è stato il più grande forasciuto senza però mai partire realmente. I suoi racconti milanesi di Napoli sono Napoli vista da lontano e da dentro, roba indimenticabile, veramente l’oro di Napoli. Altra parola che appare nel libro è ‘a sciorta, la sorte o la fortuna, e che può essere solo buona perchè la cattiva sciorta è un controsenso, un ossimoro al massimo. “E ognuno aspetta a sciorta” perchè Napoli è anche questo, anche se De Luca non cita il verso famoso.

Il libro accompagna come un racconto dove si intravedono nonna e mamma dell’autore ragazzino. Avrebbero potuto essere Tina Pica e Titina oppure Pupella Maggio per entrambe le parti. Nonna e mamma escono e entrano dal racconto perchè sono finalizzate a spiegare, a illustrare queste parole su cui si regge Napoli. “Arrassusìa” sembra e forse è greco. Vuole dire non sia mai, lontano da qui, perchè arrassà vuole dire appunto allontanare. Il verbo diventa scongiuro in quell’arassusìa che dice tutto a difesa e a allontanamento di fatti o persone sgradevoli, una specie di “lungi da noi” ma solo molto più reale.

Chiudi il libro e ti torna la voglia immediata e disperata di girare per Napoli. Via Toledo che poi sarebbe Tulete, Piazza Plebiscito, Piazza Mercato, il Varco Pisacane, il Molosiglio. A noi che ci sentiamo grati se napoletani doc ci definiscono napoletani d’adozione – lo era quasi morbosamente, nel mio piccolo e nel suo grande, anche Lucio Dalla – capita di sentire il richiamo, quando vogliamo uscire dalla realtà. Sarà il suo mare o il vulcano o i vicoli o la gente che parla guardando o sia quel che sia, sempre e con rispetto parlando a schiovere.

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