Settimana romana segnata dai giornali che aspettano qualcosa. L’Iran, la campagna elettorale, una soluzione per i morti sul lavoro dopo l’ennesima tragedia della centrale di Bargi. Si aspetta qualcosa, sospesi fra le righe dei giornali e non sai come raccontare questo vuoto troppo spesso riempito solo di chiacchiere. Settimana in cui presentiamo il bel libro di Andrea sulla Pensione Oltremare e rivedo Maurizio con affetto mentre mi diverto con la ginecocrazia radiofonica, che emana senso di responsabilità anche a distanza. Cerco di difendermi dal regime instaurato con l’umorismo che funziona pure ma solo quando la situazione è non grave, altrimenti il già scarso umorismo ginecocratico scompare.
A proposito di donne, Libero intervista una delle migliori giornaliste televisive. Con Federica siamo di fatto fratello e sorella anche se l’avrò vista in vita mia forse una volta e di sfuggita. Il fatto è che Federica era una delle allieve preferite di mia madre che ha passato una vita insegnando matematica e fisica prima al Castelnuovo e poi al Pasteur. Non parlava molto dei suoi allievi ma Federica per lei era una di quelle che le sarebbe piaciuto avere come figlia. Quando si cominciò a segnalare in tv, prima di risollevare e rilanciare “Chi l’ha visto”, mia madre era contenta anche se in fondo il fatto che non avesse poi scelto all’Università di non scegliere appunto Matematica e Fisica, per cui secondo mia madre era molto portata, le creava un cono d’ombra. Mentre leggo l’intervista di Libero mi torna in mente la storia e cercando un altro giornale – i momenti a rischio di silenzio – condivido, con chi ascolta il programma, questo ricordo.
Mia madre era molto tosta e i suoi studenti lo sapevano bene. Era del 1915 – mio padre era del 1896 quindi generazioni di guerre e fatica – e venne a studiare a Roma nella seconda metà degli Anni ‘30. Voleva fare Medicina. Sarebbe stata un grande medico e chi la ha conosciuta sa che su questo non c’è dubbio. Il padre che poi era mio nonno, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Reggio Calabria, non prese neppure in considerazione la cosa. Giunsero a una mediazione. Roma va bene ma non Medicina. Mia madre accettò e fece tutto nell’unico modo che conosceva cioè alla perfezione, cosa che se sei un figlio a volte può risultare anche un po’ molesta. Io non andavo bene a scuola e lei capiva le mie incapacità anche se faticava molto a accettarle. Quando dovetti dare la maturità da privatista – due anni in uno e diciotto materie tutte insieme – mi fece un intero biennio di matematica due giorni prima dell’esame. Fui, con 56/60, il primo privatista romano e lei ne fu molto felice.
Mi seguiva con attenzione in tv e anche con un certo orgoglio anche se io sfuggivo al suo controllo, cosa che mi è sempre riuscita da quando avevo quindici anni ma che lei ha tentato fino all’ultimo- “Dove sei?”, un classico, e io “In giro” e potevo essere sotto casa o appena tornato da Beirut. Poi, subito dopo, altro classico immancabile “Hai mangiato?” che solo dopo aver capito la Roma del 1943 e del 1944 in cui aveva vissuto, sono riuscito a comprendere pienamente. Ci insegnava a nuotare con una tecnica non molto teorica ma sicuramente funzionale, visto che nessuno dei tre figli è (al momento) annegato. Nuotava perfettamente e quindi ci portava dove non toccavamo, appesi ognuno a un suo piede mentre nuotava piano di dorso poi quando non toccavamo ci mollava, tenendo sempre tutto sotto controllo. Noi in questo modo abbiamo imparato, credo, a non avere paura del mare, anche se ne conoscevamo bene il carattere instabile, e poi – almeno per me – ho sempre avuto la convinzione che nel mio DNA ci sono generazioni di mare altrimenti certe cose non saprei spiegarmele quando sono per mare.
Finita la rassegna stampa, dopo aver letto l’intervista di Libero, riaccendo il cellulare che squilla subito e Federica mi dice “È un’ora che cerco il tuo numero!” e poi mi racconta di mia madre e sento che fa piacere a entrambi così ne parliamo a lungo al telefono. Siamo ciò che restiamo, vecchia storia.
