Una storia vecchia ma che se hai vent’anni memorizzi e impari. Era il primo anno di Università e Giurisprudenza e non mi affascinava minimamente. Studiavo in attesa della cartolina di leva e nei momenti liberi andavo al poligono. Tirare mi scaricava e mi scarica tutt’ora la tensione. Se oggi posso scegliere fra due leggende domestiche come la Walther PP e la 98FS (o se in relax, la 22lr siglata S&W), allora la scelta non c’era. Si affittavano dei vecchi ferri – ferri vecchi, nel più proprio senso del termine – cal. 22 direttamente al poligono, sul lungotevere dopo Ponte Milvio, e si usavano quelli.
La Federazione di Tiro a quei tempi cercava giovani, soprattutto donne, per inserirli nel mondo del tiro sportivo e incentivava queste presenze nella speranza di trovare il campione. Noi più che altro invece ci divertivamo, scaricando la tensione sui bersagli a venticinque metri. Poi andavamo a controllare i bersagli a piedi, a differenza di oggi dove le sagome ti arrivano scivolando su una carrucola orizzontale alla postazione di tiro.
Era un pomeriggio forse estivo, sicuramente caldo. C’erano se non ricordo male otto piazzole. Le regole le conoscevamo bene. Arma aperta poggiata sul banco, prima di fare qualsiasi cosa. Non eravamo dei campioni ma ce la cavavamo discretamente. Un pomeriggio arrivò un quarantenne che non conoscevamo. aveva un completo di lino crema, una camicia rosa e una cravatta non ricordo di che colore. Sembrava uscito dal barbiere un istante prima. Aveva in mano una valigetta di cuoio da cui estrasse un revolver scintillante e un paio di cuffie, le prime che vedevamo in vita nostra. Il botto che può fare una 22 d’altronde è sopportabile e quelle cuffie ci sembravano fuori luogo in quel contesto dove solo le 22 erano ammesse.
Il direttore diede il via e tirammo la solita serie da cinque colpi. Poi poggiammo le armi e andammo a piedi a verificare la serie. Si camminava parecchio, bisogna dirlo, e male non faceva. Il tizio con l’abito dilino però aveva un binocolo e controllò dalla sua postazione il bersaglio. Sembrava infastidito, quanto rientrammo nelle piazzole. Dopo la seconda serie ditiri, si rivolse con un tono sgradevole al direttore di tiro sostenendo che qualcuno sparava male e che aveva preso per errore il suo bersaglio. Il direttore era perplesso ma, comunque richiamò tutti alla massima concentrazione.
La cosa si ripeté dopo la serie di tiri successiva. Il tizio alzò la voce dicendo che se non si sapeva sparare era meglio stare a casa. Nessuno di noi si guardò. Facemmo tutti finta di nulla e continuammo a riempire i caricatori. Quella serie fu particolare perchè decidemmo di mirare – ognuno per suo conto – al bersaglio del tizio. Tutti e senza averlo in alcun modo concordato. Il bersaglio, dopo quei trentacinque colpi tutti centrati, praticamente non esisteva più mentre noi sorridevamo guardando in aria. Anche il direttore, un vecchio sottufficiale artigliere, fece una faccia distratta. Il tizio si guardò intorno, si levò le cuffie, le rimise nella valigetta di cuoio insieme al revolver e se ne andò senza dire una parola. Se la ricordo ancora, dopo tanto tempo, vuol dire che qualcosa mi ha insegnato, anche se non sono sicuro di sapere cosa.
