Logbook 418 – Gianfranco

C’è stata qualche settimana fa a Cortona una iniziativa dedicata a lui cui mi è dispiaciuto di non potere partecipare ma purtroppo non avevo le condizioni per poterlo fare. Me lo aveva segnalato Marina, la moglie di Gianfranco Spadaccia e una delle pochissime donne che ho incontrato nella mia vita con uno sviluppatissimo senso dell’umorismo. Mi sarebbe piaciuto esserci perchè Gianfranco lo meritava ma spero ci sarà un’altra occasione magari romana per ricordarlo e per ricordare quanto ha dato alla generazione radicale di cui mi sento, bene o male, parte.

Ho già raccontanto l’ultima volta che lo vidi, davanti a Montecitorio. Era in forma, in pace con se stesso perchè quel libro che era la sua ossessione, il suo sogno – “ama il tuo sogno se pur ti tormenta” – era riuscito a finirlo e a pubblicarlo con Sellerio. Era la sfida finale che non voleva lasciare incompiuta e, come tutte le cose che faceva, la chiuse come voleva lui.

Di tutto quel mondo radicale che noi giovani guardavamo con curiosità e un certo timore, era quello con Mellini, con De Cataldo, con Adelaide con cui ci sentivamo più parte. 

Gianfranco era razionale e ragionevole, sapeva fare gioco di squadra e era un ottimo parlamentare, serio e preparato. Fu una sponda preziosa per Marco fino a un certo momento poi le cose presero strade diverse ma rimase corretto e leale sia pure nel rigore delle sue posizioni. Pigrissimo per natura romana, potevi parlare con lui di tutto e aveva sempre una idea in più. un ragionamento che ti aiutava a capire meglio. Era anche una forma di zavorra per Marco quando lo riusciva a mantenere – spesso anche se non sempre – a quote più ragionevoli e prudenti. Gli volevo molto bene anche perchè non era un uomo di azione ma di pensiero. Se però c’era da impegnarsi, si impegnava e come.

Maurizio e io siamo fra i pochissimi che lo hanno visto correre sia pure per un paio di minuti il che per chi lo ha conosciuto risulta – più che incredibile – diciamo impossibile per la sua atavica flemma. La vicenda che ci portò a Ankara la ho raccontata già qui ma quello che non ho raccontato è che quando il governo turco ci espulse su Monaco con un volo Lufthansa, non avevamo molti soldi e dovemmo rientrare in treno. Di corsa in stazione dunque a Monaco, con i minuti contati e con un treno da prendere al volo. Arrivammo per miracolo e mentre correvamo, Maurizio e io ci vedemmo superare in scioltezza da un Gianfranco che sembrava l’intera Brigata Garibaldi a passo di corsa, anche se non aveva il piumetto dei bersaglieri.

Raggiunse il treno per primo con ampio vantaggio su di noi, e salì sul vagone. Maurizio e io lo seguimmo a bordo anche perchè il treno su cui era salito, era diretto a Anversa. Praticamente lo tirammo giù a forza, visto che il nostro per Roma era al binario dopo. 

Ogni volta che ce lo ricordavamo fra noi, Gianfranco partiva serio poi  piano piano si allargava in quel suo sorriso straordinario dell’uomo buono e intelligentissimo che era. Gli volevo bene.

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