Due cari amici sammarinesi mi comunicano con entusiasmo che finalmente – credo a Grosseto – una strada verrà dedicata a Giorgio Almirante, che con Pino Rauti e Paolo Signorelli, ricordo molto bene. Non mi stupisce, a proposito della strada, anche se pensavo che ce ne fossero già altre, nè mi indigna, tutt’altro. In fondo Almirante ha fatto con onore la sua parte cioè la ha fatta fino in fondo. Ha dichiarato errori e meriti di un regime come quello fascista, si è battuto come poteva contro certe egemonie pericolose e certe riforme rischiose – la legge che istituì le Regioni per esempio era uno dei suoi cavalli di battaglia – ma sapeva essere leale come lo fu durante il caso Moro, dove nella massima segretezza, in casa del mitico braccio destro di Berlinguer – detto dai perfidi parlamentaristi Suor Pasqualino per evocazione con un altro esempio di bracciodestrismo militante – si incontrava con il segretario del PCI. Non poco quelle sere hanno contato per la sua presenza e il suo omaggio all’avversario, nella camera ardente organizzata a Botteghe Oscure.
Di Giorgio Almirante ricordo un comizio a Piazza Esedra, dove passavo per caso a sedici anni e dove rimasi affascinato dalla tecnica che aveva. Solo Marco, fra quelli che mi è capitato di ascoltare in piazza, aveva la stessa capacità di parlare alla gente. L’arte politica del comizio si è persa e questo è un segno evidente della decadenza della democrazia dove convincere per vincere le elezioni non serve più a molto. Il comizio credo che fosse nel periodo del referendum sul divorzio. Mi fermaii ad ascoltarlo, chiuso nel mio giaccone di cuoio quindi doveva essere fine inverno.
Molti anni dopo, prima di un congresso importante del MSI se non ricordo male a Salerno, lo invitammo in studio a Teleroma 56. La cosa oggi sembra scontata ma allora non lo era, assolutamente. I missini servivano per compattare gli schieramenti politici e in più avevano numerosi luoghi oscuri in comune con una parte dei servizi italiani e non solo. Insomma non erano graditi ai media. Accettò perchè sapeva dare fiducia, senza fidarsi troppo, e lo intervistammo in studio Giancarlo Perna – allora al Giornale, una delle migliori penne che io abbia mai conosciuto – e io. Arrivò da solo, con il suo trench verde militare. Entrando mi guardò e mi chiese, con aria dura, se c’era Marco nascosto da qualche parte. Mi misi a ridere e dissi di no. Si mise a ridere anche lui e parlò per un’ora e passa con Giancarlo e con me.
L’ultima volta la ricordo invece con molta tristezza. Era stato male, i suoi lo consideravano un vecchio lupo da sostituire, ma aveva ancora il suo seggio e molte cose da dire. Era una giornata parlamentare di quelle in cui la politica si fa altrove anche se il tema era importante, anche se non ricordo più quale fosse. Ero seduto sul divano che fronteggiava l’ingresso della buvette e il divano/ ufficio di Emilio Frattarelli, mitico decano dei parlamentaristi. Senza telefonini forse ci si annoiava di più ma altrettanto sicuramente il cervello, gli occhi e le orecchie lavoravano meglio. Così vidi Almirante attraversare il Transatlantico e entrare dall’ingresso dell’aula a pochi passi dal mio divano. Capii che sarebbe intervenuto e rapidamente presi l’ascensore e salii in tribuna stampa. Era vuota, tranne un paio di cronisti di agenzia inchiodati lì per dovere di cronaca. Anche l’aula era vuota. Il presidente d’aula gli diede la parola e lui parlò con una voce stanca e malata ma con idee chiarissime e quel linguaggio che oggi farebbe rabbrividire – o forse risulterebbe incomprensibile per la sua perfezione – i successori di destra o di sinistra che siano (sempre ammesso che questa distinzione voglia ancora dire qualcosa).
Si risiedette senza neppure un applauso, almeno che io mi ricordi ma me lo sarei ricordato. Sapeva e sapevo e sapevamo tutti quelli che erano lì che sarebbe stato il suo ultimo discorso in un Parlamento che era per lui il suo luogo da decenni. E’ stato un grande parlamentare che ha svolto il suo mandato con coraggio e onore. Ci sono strade nel mondo, intitolate a gente che è stata molto peggio e che ha rappresentato molto meno di lui.
