Logbook 450 – Dialoghi

S. è un attento ascoltatore della rassegna stampa di Radio Radicale. Mi scrive e gli rispondo. Non ha problemi a esserci anche lui nel logbook di oggi.

Caro Carlo,

perdonami se, dopo la puntata di Stampa e Regime di ieri, sento il bisogno di scriverti.
Non sarà una mail breve. Me ne scuso. Puoi ovviamente cestinarla appena ti verrà a noia.

Parto dal punto che più ho apprezzato:

[1h02’43”] “Quanti sono i palestinesi fatti fuori da Hamas? Dove sono le loro tombe? Quali sono le loro storie?” Parole santissime! Ecco un nome: Oday Nasser al Rabay. Della sua vicenda e delle proteste contro Hamas a Gaza qualcosa in quei giorni tra marzo e aprile scorsi la stampa ha detto. Qui sotto un articolo di Vatican News, a titolo di esempio: https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2025-03/gaza-dissidente-ucciso-da-hamas.html

Il fatto ha avuto un’eco limitata, purtroppo; ancor più limitata l’eco della repressione violenta. Penso abbia operato il noto assioma che “cane morde uomo” non è notizia, “uomo morde cane” sì, lo è: nessuno ragionevolmente si aspetta che Hamas tolleri manifestazioni di dissenso tra la popolazione civile, anzi.

I morti palestinesi per mano di Hamas sono fantasmi. La trovo una cosa gravissima. D’altronde da Gaza fare informazione che non sia propaganda non è consigliabile. Un’altra delle differenze con la società israeliana.

Giustamente, sottolinei il paragone con Israele. Riassumo per come l’ho inteso [1h00’30”]: i movimenti civili, le proteste contro il governo, i processi contro Netanyahu sono la dimostrazione di come Israele sia una democrazia.

Siamo d’accordo.

Se prendiamo la massima di Voltaire che ti ringrazio d’avermi fatto conoscere («Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri»), ecco, abbiamo credo più di una crepa. Proprio perché si definisce democratica, in virtù dell’assioma di cui sopra, quello della prigione di Sde Teiman (giusto per citare il caso più noto e recente) è un caso che ha fatto scalpore. Qui sotto un articolo della CNN, ma praticamente tutti i giornali ne hanno parlato. C’è un articolo di Flammini su Il Foglio, se vuoi. La cosa ha avuto ampia eco, così come le proteste contro i procedimenti a carico dei militari indagati (sic!).

Le carceri israeliane sono e restano diverse da quelle di Hamas dove peraltro può finire chiunque sia di una identità che a loro non piaccia, indipendentemente da quel che ha fatto. Cosa non funziona nelle carceri di una democrazia bene o male lo sappiamo (pensa all’Italia e al suo “sistema carcerario”, per esempio).

Democrazia, dicevamo.
Essere democratici nella politica interna non dovrebbe essere un lasciapassare per non esserlo oltre i propri confini. Eppure a me questa sembra essere la situazione.

Se da oltre quei confini ti sparano regolarmente da decenni dei missili, se la strategia di quei regimi è la tua scomparsa insieme al tuo Paese e alla tua famiglia, nel totale disinteresse internazionale quando non la palese solidarietà con chi vuole cancellare un popolo, difficile non pensare che la cosa alla lunga non trascenda. 

Storicamente non mi sembra nemmeno un caso isolato.
Un paio di esempi:
1. la Francia coloniale;
2. gli USA che hanno favorito i regimi militari in Sud-America (Argentina, Cile e Nicaragua sono solo i primi che mi vengono in mente).

Non mi sembra necessario scomodare il precedente di Atene, della lega Delio-Attica e delle repressioni a Nasso e Taso, però questo sembra essere un male che viene da lontano e legato forse al concetto di hybris.

Nessuno di questi esempi ha vissuto per decenni , come dicevo sopra, la condizione cronica e costante di essere target di cancellazione totale, di sterminio. Se nel 1948 i due Stati fossero stati accettati da tutti, non saremmo forse in queste condizioni. Valeva la pena tentare. India e Pakistan per es nonostante tutto reggono ancora.

A 1h05’30 dici che “La credibilità della manifestazione del 7/6 è legata a quante bandiere israeliane (in omaggio ai sequestrati del 7 ottobre e alle vittime e a chi manifesta in piazza democraticamente in Israele) ci saranno”. Qui dissento. Capisco (o credo di, forse no), ma dissento.

Oggi, purtroppo, il legittimo governo di Israele è quello di Netanyahu. La parte illuminata di quel paese lo sta subendo, suo malgrado, questo governo: fintantoché non ce ne sarà un altro che abbandonerà questa politica messianica e colonizzatrice (non lo dico io, lo dicono loro stessi, i due folli ministri su tutti), a malincuore quella bandiera rappresenterà un simbolo di oppressione. Gli israeliani possono votare e hanno una giustizia interna, possono aspirare al cambiamento delle loro politiche senza spargimenti di sangue, come diceva Popper, ma fintantoché questo cambiamento non avverrà, quella bandiera rappresenterà le nefaste azioni del legittimo governo di Israele.

Una bandiera è altro che cronaca politica, è storia. Dietro ci sono tante storie e tante generazioni. E’ offensivo considerarla la bandiera di un governo o di una parte. Una bandiera rappresenta un Paese e la sua storia e chi in quella storia si riconosce, non un singolo governo. Inoltre la strategia degli scudi umani di cui non si parla mai e non a caso, è cosa che viene accettata senza se e senza ma anche da qualcuno che il 7 giugno scenderà in piazza.

C’è un dato che, a febbraio scorso, mi ha scioccato:
il 93% della rete idrica di Gaza è stato reso fuori uso (fonte OXFAM, vedi sotto). Vedi te come vuoi chiamare tale comportamento, ma rimane che – a prescindere dalla scelta del sostantivo – ciò è avvenuto sotto l’egida di quella bandiera di Israele. Personalmente io questo lo chiamo sparare nel mucchio, non lotta al terrorismo, ecco.

Oxfam GB | Less than seven per cent of pre-conflict water levels available to Rafah and North Gaza, worsening a health catastrophe

Quando la situazione trascende, trascende  ovunque, comunque e per tutti, così arriva l’orrore e l’orrore è qualcosa che permea tutta la scena. Escono i mostri della guerra, senza voler scomodare l’Apocalisse. I buoni da un lato e i cattivi dall’altro ci sono solo nei western.

In chiusura dici che “le bandiere di chi in Palestina è vittima di Hamas è difficile che si possano riconoscere”. Capisco le tue riserve, come quelle espresse da Edith Bruck nelle sue interviste di questi giorni. Ma le bandiere di cui sono vittime i civili palestinesi sono: da una parte quella verde appunto di Hamas (che vuole usurpare i simboli dell’aspirante stato di Palestina, ed è governo non legittimo a Gaza) e dall’altra, purtroppo, quella di Israele (per via del suo governo ahimè legittimo) che asseta e affama i civili senza distinzione di sesso, età, coinvolgimento politico con Hamas. Volendo c’è una terza bandiera da aggiungere: quella dell’ignavia-indifferenza-connivenza-complicità (scegli tu) di molti governi occidentali.

La terza bandiera che citi tu potrebbe essere quella dell’Onu. E’ veramente il grande problema internazionale. Hamas usa le bandiere della Palestina di cui si è impadronito con metodi mafiosi e con il supporto dell’Iran e quindi di Mosca. Una cosa che ho detto più volte è che io non escludo – anzi  -che il 7 ottobre sia nato proprio a Mosca non a caso nel momento di maggiore difficoltà di Putin sul fronte ucraino. Mosca Teheran Hamas. Gli effetti si sono visti. Hanno aperto un altro fronte della stessa guerra.

Altro punto:
c’è un dato numerico che mi sembra poco considerato nel discorso di questa come una guerra come strumento per liberare gli ostaggi ancora in vita.
Con riferimento alla metà di questo mese, dei 148 ostaggi tornati vivi in Israele, 105 sono stati rilasciati nel cessate il fuoco del 2023, 5 rilasciati da Hamas al di fuori di ogni piano negoziale, 30 rilasciati nel cessate il fuoco del 2025 e 8 sono stati liberati in operazioni dell’IDF. 8 su 148. Otto… Tutto questo è follia. A me pare evidente che al governo di Netanyahu non importi nulla degli ostaggi, importa invece rendere inabitabile Gaza: desertum fecerunt et pacem appellaverunt. Anzi, no: la chiamano “trasferimento su base volontaria”.
https://www.internazionale.it/ultime-notizie/2025/02/06/gaza-israele-prepara-trasferimento-palestinesi

Che lo scopo sia cacciare i palestinesi da Gaza è palmare anche perché, qualora ve ne dovesse rimanere qualcuno, ma che opinione potrà mai avere di Israele? La vedo più facile andrà ad ingrossare le file della resistenza, in qualsiasi forma sia. Quindi è davvero una follia.

Altra responsabilità del governo israeliano che  non a caso perderà le prossime elezioni. Hamas le elezioni quando e come le fa? Ridurre l’orrore del 7 ottobre a contabilità – come ho visto fare a certi giornali – può non essere il modo migliore per analizzare quel fatto.

Infine, questione spinosa e delicata: in merito all’uso della parola genocidio. Trovo ponderato quanto ho ascoltato mercoledì 28 per voce di Francesca Mannocchi, a Tutta la città ne parla su Radio3 (https://www.raiplaysound.it/audio/2025/05/Tutta-la-citta-ne-parla-del-28052025-d99cf063-0b9c-4661-ab4c-eb26ca0494ba.html).

Al minuto 23’20” dice: “Vogliamo considerare la parola genocidio una parola urticante e divisiva? Bene. Esiste una convenzione – firmata anche dal nostro Paese – che serve a prevenire il genocidio. Allora: ammesso e non concesso che non lo sia ancora – e su questo ho seriamente dei dubbi – spetta a noi prevenire un genocidio. Alcuni dei ministri che hanno messo un’onta di vergogna sul governo Netanyahu (penso naturalmente a Smotrich e Ben-Gvir, ma non solo loro) hanno pubblicamente espresso delle intenzioni genocidarie. Dunque, è nostro compito discutere se quello in atto a Gaza sia già un genocidio? No. Il nostro compito è impedire che lo diventi di più”.

È comprensibile che Segre e Bruck siano contrarie all’uso di tale parola, per sottolineare l’unicità di quanto hanno vissuto. Tuttavia la parola genocidio è già stata usata per uno scenario che so ti sta a cuore: la Bosnia. Ho ripreso “La guerra in casa” di Luca Rastello, le pagine agghiaccianti sulla fame e la sete durante l’assedio di Srebrenica (c’ho l’edizione del 2020, pp. 226-228), tutto il pezzo che va da “Gli chiedo se…” fino a “Cani e gatti non ce n’erano più dal ’92”. Non te lo cito sia perché troppo lungo, sia perché sono sicuro che ce l’hai a casa, forse consumato per averlo letto mille volte

Definitivo su questo – per me – Sofri sul Foglio di oggi che avrai già letto. Soprattutto le ultime righe. Sofri non è ebreo (non è necessario essere neri o ebrei per essere contro il razzismo. L’unica forma di insofferenza al plurale di cui soffro personalmente sono gli integralismi e questi riguardano qualsiasi comunità. Non è la mia parte e non la frequento neppure per caso). 

[ah, proprio ieri o oggi parlavi di Dodik: dio mio… Ringrazia se puoi Roberto Spagnoli per il suo Passaggio a Sud Est: fondamentale. Film: se non li avessi visti, ti suggerisco Cherry Juice di Mersiha Husagic, magari può interessarti, oltre ovviamente a Quo vadis, Aida. di Jasmila Žbanić]

Grazie per la segnalazione. I film sono importanti. Pensa Munich di Spielberg e le Olimpiadi sono un altro riferimento interessante oltre che un bel film. Quegli atleti non hanno avuto nemmeno l’onore di funerali internazionali. Però sono film, tornando al cinema. Conosco, in Libano, i campi palestinesi di Sidone, i missili iracheni che su Tel Aviv volavano solo la notte, gli ospedali di Sabra e Chatila che difendevano i bersaglieri della Garibaldi e tante altre cose. La realtà non sempre ha il senso e la tragica bellezza  che di fatto ha un buon film. Cercherò di vedere quelli che non ho già visto nella tua lista.

Insomma, avrai capito: contrariamente a quanto affermi a 5’40”, non credo che la manifestazione del 7/6 sia pro-Hamas.

Credo anzi che vi parteciperò e chissà cosa penserò quando berrò a una delle fontanelle che allietano ciascuno dei quattro accessi a Piazza Vittorio, da cui avrà inizio il corteo.

Pensa però anche all’acqua che beve chi va a un concerto e si ritrova incatenato in un tunnel, magari violentate o violentati, se la buttiamo su questa chiave. Pensa a 14 “quattordici) milioni di profughi senz’acqua che nel totale silenzio internazionale si stanno spostando dal Sudan verso il Ciad, pensa a ogni uomo, donna o bambino che su questo pianeta non ha acqua non per sua responsabilità. Le manifestazioni di Marco contro la fame nel mondo suscitavano ilarità e sofismi che ricordo bene. Eppure oggi, anche solo per interesse, l’Occidente europeo avrebbe fatto bene a pensarci. E Marco su Israele ha detto cose molto precise. Buona manifestazione in ogni caso. Omnia munda mundis. Ma guarda bene in giro con chi condividi quell’acqua.

La domanda, per chiudere, è: si può disarmare Hamas e dare dignità ai Palestinesi senza compiere un massacro?

Forse tanto tempo fa lo si poteva fare, così come si poteva evitare l’Ucraina se si fosse intervenuti quando Putin ha massacrato georgiani e ceceni, ha ucciso oppositori in Russia e in Occidente nel disinteresse totale. Andrea Tamburi era un mio amico. Ammazzato a calci a Mosca perchè come radicale cercava di aiutare la neonata e presto defunta democrazia russa. Non so che dirti. Non so neppure l’8 ottobre fossi stato israeliano cosa avrei fatto io, nel totale disinteresse internazionale, anzi con qualche agghiacciante tentativo del “prima – capiamo”, del “sì – ma – Israele – gli ebrei “eccetera. Non so se sai tu cosa avresti fatto e chiesto quell’8 ottobre. Io, ripeto, non lo so e sarei presuntuoso a dire di saperlo con certezza stando qui comodo, davanti a un pc con la mia famiglia al sicuro, Non è facile capire Israele. A Tel Aviv nel 1991, Saddam bombardava ogni notte la città e ogni sera – puntualissimo alle 8 – il giovane generale a capo della comunicazione delle Forze armate israeliane spiegava ai giornalisti che Israele non avrebbe reagito – avendone i mezzi – per non compattare il mondo arabo. Gli israeliani tacevano e accettavano, senza far partire i loro (costosissimi per il contribuente) aerei – il top militare internazionale – anche se il missile aveva tirato giù la loro casa. Quanto può durare la pazienza e l’intelligenza? In sintesi, caro Samuele, la tua domanda è la domanda. 

Con profonda stima,

S. C.


Un caro abbraccio e grazie per il dialogo, roba preziosa di questi tempi.

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